Uno studio pubblicato su Nature Medicine conferma i dati sulle CAR-T GD2 prodotte all’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù per il trattamento del neuroblastoma recidivante o refrattario alle terapie
Spesso i risultati preliminari degli studi clinici in cui si confrontano nuovi trattamenti per una malattia, o un tumore, con lo standard terapeutico giungono prima della chiusura ufficiale del protocollo, che comprende le più lunghe ma non meno importanti fasi di monitoraggio. Pertanto, i valori definitivi (ottenuti quando tutti i pazienti hanno terminato il follow-up) restituiscono la visione completa (soprattutto sulla sicurezza) e, qualora positivi, esercitano un peso scientifico non indifferente, configurando un possibile cambiamento dello schema terapeutico. È quello che potrebbe accadere nel caso del neuroblastoma recidivante o refrattario contro cui si sono dimostrate efficaci le terapie a base di cellule CAR-T GD2, sviluppate e sperimentate all’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù (OPBG) di Roma. A confermarlo è uno studio pubblicato a fine agosto sulla rivista Nature Medicine.
Con circa 120-130 nuove diagnosi ogni anno il neuroblastoma si conferma il tumore solido extracranico più frequente nell’età pediatrica in Italia. Comunque ben più raro rispetto ad altre neoplasie note, questo aggressivo tumore - che origina dai neuroblasti (cellule del sistema nervoso simpatico) e colpisce più spesso le ghiandole surrenali - continua ad avere una prognosi sfavorevole: nonostante i progressi terapeutici, nelle forme ad alto rischio la probabilità di guarigione definitiva con le terapie convenzionali non supera il 45-50%, mentre in caso di recidiva o resistenza alle cure convenzionali la sopravvivenza a due anni resta limitata al 10-15%.
Per questa ragione lo sviluppo di una terapia a base di cellule CAR-T GD2 ha rappresentato un’occasione di speranza per i piccoli malati e un’arma in più a disposizione dei medici per contrastare il tumore. Lo studio clinico di Fase I/II, avviato nel 2018, è ora giunto alla sua analisi finale, confermando e rafforzando i dati pubblicati nel 2023 sul New England Journal of Medicine (di cui avevamo parlato qui), che rappresentavano i primi risultati parziali su un numero più limitato di pazienti. Dati che, comunque, già mostravano come le CAR-T GD2 - frutto di anni di ricerca e di un lavoro congiunto dell’Officina Farmaceutica e delle aree di Oncoematologia, Terapie Cellulari, Terapie Geniche e Trapianto Emopoietico dell’OPBG - superassero ogni altra forma di terapia per un tumore la cui prognosi è sempre stata infausta.
Più dettagliatamente, lo studio pubblicato su Nature Medicine ha coinvolto un totale di 54 bambini (35 arruolati nella sperimentazione clinica e 19 trattati in regime di esenzione ospedaliera per le terapie avanzate), che sono stati sottoposti all’infusione di cellule CAR-T GD2 prodotte a partire dai propri linfociti e modificate in laboratorio per riconoscere e distruggere selettivamente le cellule tumorali. Nel complesso, due pazienti su tre hanno risposto positivamente alla terapia e il 40% ha raggiunto una remissione completa a sei mesi dall’infusione. I dati sono particolarmente incoraggianti nei bambini trattati con un basso carico di malattia alla dose raccomandata: in questa popolazione la risposta globale ha raggiunto il 77%, con una sopravvivenza a cinque anni del 68% e una sopravvivenza libera da eventi del 53%. Risultati ancora migliori sono stati osservati nei pazienti trattati in fase precoce, dopo una o due linee di terapia, con una sopravvivenza a cinque anni vicina al 90%, contro il 43% dei bambini già sottoposti a tre o più linee di cura. Anche il trattamento in fase di consolidamento, dopo la prima linea e in assenza di malattia evidente ma con alto rischio di ricaduta, ha dato esiti promettenti: sette degli otto bambini trattati in questa condizione (che avevano un atteso di ricaduta in almeno 4 di essi) sono tuttora liberi da malattia, con un follow-up mediano di 15 mesi.
Un ulteriore dato di rilievo riguarda i 13 pazienti i cui linfociti T erano stati raccolti già al momento della diagnosi, prima dell’esposizione alla chemioterapia. In questa coorte la sopravvivenza globale a 5 anni ha raggiunto il 100% e la sopravvivenza libera da eventi il 66,5% contro, rispettivamente, il 33,2% e il 22,6% dei bambini trattati con cellule prelevate più tardi, al momento della recidiva. La differenza dimostra che l’utilizzo di linfociti non compromessi dai trattamenti citostatici permette di ottenere CAR-T più funzionali ed efficaci, fornendo una forte evidenza per raccogliere cellule già alla diagnosi al fine di aumentare le possibilità terapeutiche future. Il profilo di sicurezza è stato confermato senza che siano emersi nuovi segnali di tossicità e, nei rari casi di neurotossicità severa, la condizione è stata completamente risolta grazie all’attivazione del “gene suicida” iC9, che consente di interrompere l’attività delle CAR-T in caso di effetti collaterali gravi.
“Questo studio rappresenta un ulteriore passo avanti nella lotta contro il neuroblastoma”, spiega il professor Franco Locatelli, Direttore del Dipartimento di Onco-Ematologia e Terapia Cellulare e Genica dell’IRCCS Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma. “Rispetto all’analisi intermedia del 2023, i dati oggi pubblicati confermano e addirittura migliorano i risultati: abbiamo dimostrato che, se somministrata nelle appropriate condizioni, la terapia con cellule CAR-T GD2 offre ai bambini affetti da questa grave malattia prospettive di guarigione durature”.
La ricerca sulle CAR-T contro il neuroblastoma prosegue ora con un nuovo capitolo: è infatti in fase di avvio uno studio multicentrico europeo di Fase II, concordato con l’Agenzia Europea del Farmaco (EMA). L’indagine coinvolgerà bambini con un carico di malattia limitato e già trattati con non più di due linee di terapia, le condizioni in cui i risultati hanno mostrato i maggiori benefici. L’obiettivo è confermare su scala più ampia i dati finora ottenuti e aprire la strada a una futura disponibilità della terapia, non solo al Bambino Gesù ma anche in altri centri internazionali, offrendo così una concreta prospettiva di cura a un numero sempre maggiore di piccoli pazienti.





