terapia genica, emofilia a

Ventinovenne nuotatore ed immobiliarista, David è stato preso in carico dal personale della U.O.S.D. Malattie Emorragiche e Trombotiche del Policlinico Gemelli di Roma  

Da quasi due anni la terapia genica per la forma grave di emofilia A (valoctocogene roxaparvovec) è stata autorizzata in Italia ed è rimborsata dal Servizio Sanitario Nazionale; il nostro Paese è il secondo in Europa (dopo la Germania) ad aver garantito l’accesso ai pazienti a questa innovativa terapia. Nonostante la tempestività regolatoria, ad oggi sono ancora pochi i pazienti che sono stati trattati con questa terapia genica in Italia – forse perché, a differenza di altre terapie geniche sviluppate per malattie rare, non è salvavita. In questi anni, i primi trattamenti sono stati effettuati in Lombardia e la settimana scorsa è stata diffusa la notizia del primo paziente trattato nel Lazio. Si chiama David, è un ragazzo di 29 anni e ha ricevuto l’infusione di valoctocogene roxaparvovec presso la U.O.S.D. Malattie Emorragiche e Trombotiche dell’IRCCS Fondazione Policlinico Gemelli di Roma. 

Prodotto dalla biotech americana BioMarin, il farmaco in questione è valoctocogene roxaparvovec (nome commerciale: Roctavian) che l’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA) ha autorizzato alla commercializzazione e alla rimborsabilità da parte del Servizio Sanitario Nazionale (SSN) all’inizio del 2024. Si tratta della prima – e al momento unica - terapia genica destinata a pazienti adulti affetti da una forma grave di emofilia A. Nello specifico, la terapia si basa sull’utilizzo di un virus adeno-associato di tipo 5 (AAV5) per veicolare all’interno delle cellule una copia funzionante del gene che codifica per il Fattore VIII, difettoso nei pazienti affetti dalla malattia. In questo modo essi possono liberarsi dalle periodiche infusioni di fattore VIII ricombinante, continuando però a produrre l’omonima proteina essenziale per portare a termine la cascata coagulativa ed evitare sanguinamenti anche gravi. 

L’Italia è stato il secondo Paese europeo (dopo la Germania) a mettere in commercio valoctocogene roxaparvovec, con alcuni pazienti trattati fin da subito in Lombardia preso il Policlinico di Milano. David è il primo paziente del Lazio e ancora uno dei pochi in Italia ad aver ricevuto la terapia genica; affetto dalla forma più grave della malattia, nel corso dei decenni ha sperimentato tutte le cure disponibili ed è attualmente (probabilmente ancora per poco) in trattamento con le infusioni di fattore VIII ricombinante pegilato, due volte a settimana. La malattia non gli ha impedito di praticare nuoto a livello agonistico e di proseguire il lavoro nel campo immobiliare. Ma la necessità di doversi sottoporre più volte a settimana alle infusioni di fattore VIII ha rappresentato comunque un limite significativo per tutta la sua vita. Poi, è arrivata l’opportunità della terapia genica che, nel giro di mezza giornata, ha cambiato la situazione e riscritto il suo futuro.  

La procedura d’infusione è stata effettuata ad inizio ottobre dal team medico della U.O.S.D. Malattie Emorragiche e Trombotiche dell’IRCCS Fondazione Policlinico Gemelli di Roma, coadiuvato dal dottor Domenico Tarantino, della Farmacia Interna. “La terapia genica per l’emofilia è un’innovazione straordinaria per la medicina e per la comunità delle persone con emofilia”, afferma il professor Raimondo De Cristofaro, Associato di Medicina Interna presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore e Direttore dell’unità di Malattie Emorragiche e Trombotiche. “Questa terapia affronta alla radice la causa genetica dell’emofilia A e non solo i suoi sintomi. Per il paziente questo significa affrancarsi gradualmente dalle infusioni periodiche di fattore VIII, che hanno scandito la sua vita fino ad oggi. Per me, che ho trattato queste persone per tutta la mia vita professionale, vedere i livelli di fattore VIII aumentare spontaneamente e progressivamente da un controllo all’altro, rappresenta un’emozione indescrivibile”. Un’emozione che si accompagna al successo terapeutico della terapia dal momento che l’organismo di David ha già iniziato a produrre il Fattore VIII. “A tre settimane dall’infusione della terapia genica, il paziente è arrivato ad un livello di fattore VIII del 14%”, prosegue De Cristofaro. “L’obiettivo, per poter sospendere definitivamente la terapia sostitutiva con le infusioni bisettimanali, è arrivare almeno al 20-25% di fattore VIII, un traguardo che appare veramente a portata di mano”.  

Risultati entusiasmanti su cui però si allunga l’ombra dell’uscita di valoctocogene roxaparvovec dal portafoglio di BioMarin. Infatti, in un recente comunicato stampa l’azienda ha annunciato l’intenzione di cedere la licenza del farmaco per l’emofilia A. Nonostante la fiducia nelle sue potenzialità sia del tutto integra - l’azienda di biotecnologie statunitense ne ha confermato il valore e ribadito il ruolo centrale nel trattamento dell’emofilia A - la decisione sembra essere allineata con le priorità strategiche rivolte alle terapie enzimatiche e ai prodotti per la cura delle patologie dello scheletro. BioMarin continuerà a rendere valoctocogene roxaparvovec disponibile in commercio negli Stati Uniti, in Italia e in Germania fino a quando non saranno finalizzati i passi necessari alla cessione. L’azienda continuerà, inoltre, a fornire supporto e monitoraggio alle persone trattate con la propria terapia genica per tutto il tempo necessario alla transizione. 

La decisione dei vertici dell’azienda pare essere l’ennesimo segnale della crisi del settore delle terapie avanzate il cui tallone di Achille è la sostenibilità sul mercato. Per motivi differenti, infatti, nel corso degli anni varie aziende hanno fatto un passo indietro su terapie geniche già autorizzate alla commercializzazione: come quella per la beta-talassemia (betibeglogene autotemcel) e quella per la forma precoce dell’adrenoleucodistrofia cerebrale (elivaldogene autotemcel) che sono state ritirate dal mercato europeo quattro anni fa da Bluebird bio, la stessa terapia genica prodotta da Pfizer per i pazienti con una forma grave o moderatamente grave di emofilia B (fidanocogene elaparvovec) è stata ritirata lo scorso maggio, mentre la terapia genica per l’ADA-SCID (Strimvelis) si è salvata solo grazie all’iniziativa di Fondazione Telethon di due anni fa (missione che ora porta avanti anche per altre terapie avanzate in via di sviluppo clinico).

L’innovazione scientifica ha raggiunto elevati livelli di qualità ma la sostenibilità dei prodotti da essa derivati ha fondamenta fragili: la terapia genica per l’emofilia A soffre il confronto con altri prodotti dal costo più basso e dall’ottimo profilo di efficacia nel prevenire le emorragie. Inoltre, una terapia genica a singola somministrazione (one-shot) deve dimostrare una durata nel tempo sufficiente a giustificare nuovi modelli di cura e rimborso. Team di ricerca accademici e aziende si stanno adoperando nel perfezionamento dei vettori e nell’ottimizzazione dei processi produttivi per ridurre i costi. Tuttavia, il progresso scientifico e tecnologico da solo non può garantire la permanenza sul mercato delle terapie avanzate. Occorre adottare modelli di pagamento innovativi, con contratti basati sui risultati e registri in grado di catturare la reale durata dei benefici. Serviranno più studi in Real World e nuovi schemi di valutazione affinché terapie di questo genere raggiungano altre persone come David, che dalla somministrazione di valoctocogene roxaparvovec sta ottenendo non solo un beneficio sul piano fisico ma anche psicologico e sociale, ritornando a un’esistenza normale, libera da costrizioni, vincoli e limitazioni, ma soprattutto affrancata dal timore delle conseguenze della malattia. “È come se una parte di me avesse finalmente smesso di vivere in allerta”, afferma soddisfatto. A qualsiasi livello verrà giocata, la sfida per il futuro delle terapie avanzate non può prescindere da questo risultato.

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