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Si è spento a 97 anni James Watson, Premio Nobel per aver svelato l’architettura molecolare del DNA: figura scomoda e controversa, ha lasciato un segno indelebile nella storia della biologia 

Ci fu un momento in cui La doppia elica, il libro nel quale sono narrati gli eventi che condussero alla scoperta della struttura del DNA, rischiò di non vedere mai la stampa: infatti, l’Università di Harvard ordinò alla propria casa editoriale di non pubblicare il memoir di James Watson perché Francis Crick e Maurice Wilkins che, insieme allo stesso Watson (e a Rosalind Franklin), avevano condiviso le tappe della scoperta, si lamentarono del punto di vista personale con cui il collega aveva ricostruito le discussioni emerse dietro le quinte di quello storico lavoro. Tuttavia, se La doppia elica è stata un successo editoriale senza precedenti, il merito fu proprio della prospettiva narrativa scelta da Watson, che tutt’oggi consente al lettore di farsi un’idea dei pregi e dei difetti di una vita trascorsa dietro a un bancone da laboratorio. Lo sanno in molti, tra cui Jennifer Doudna, la madre dell’editing del genoma, che, con quel libro, si innamorò della ricerca scientifica.

DOVE AMBIZIONE E ARROGANZA SI INCONTRANO

James Dewey Watson nacque a Chicago il 6 aprile 1928 e, a vent’anni, iniziò a collaborare con Salvador Luria, occupandosi della genetica dei fagi, cioè dei virus in grado di infettare i batteri. Tuttavia, tre anni più tardi, partecipando a una conferenza alla Stazione Zoologica Anton Dohrn di Napoli, ebbe modo di seguire una relazione di Maurice Wilkins in cui erano esposti dati iniziali e frammentari sulla struttura del DNA. Per Watson fu una svolta e in quel momento decise che avrebbe risolto il più grande mistero della biologia: decifrare il segreto della vita.

Già da qui emergono i tratti salienti del suo carattere: ambizione per le opportunità che questo poteva rappresentare per la sua carriera e desiderio di rottura col passato. La prima fotografia ai raggi X del DNA che vide lo proiettò in un universo di fortuna e gloria, inducendolo a chiedere immediatamente il trasferimento al laboratorio di Max Perutz a Cambridge. Lì fece la conoscenza di Francis Crick, l’uomo che, insieme a lui, avrebbe per sempre legato il suo nome al DNA. Con Crick si creò fin da subito un legame ideale - come quello che unisce una timina a un’adenina, o una guanina a una citosina, le basi azotate del DNA grazie a cui sarebbe divenuto celebre. Crick aveva un passato come fisico; aveva letto ed apprezzato il libro di Erwin Schrödinger, Che cos’è la vita, e, sebbene non avesse ancora iniziato a dedicarsi allo studio del DNA, era convinto che il segreto della vita risiedesse nei geni, non nelle proteine. Una posizione condivisa da Watson ma che altri ritenevano assurda, proprio a questi ultimi rivolse le sue velenose frecciate dalle pagine di La doppia elica.

Naturalmente non mancavano gli scienziati convinti che le prove in favore del DNA non erano conclusive, e quindi preferivano continuare a credere che i geni fossero molecole proteiche”, scrive Watson. “Molti erano sciocchi bisbetici che puntavano invariabilmente sui cavalli sbagliati. Non si può essere un grande scienziato senza rendersi conto che, contrariamente alla credenza popolare sostenuta dai giornali e dalle madri degli scienziati, un buon numero di questi semidei non sono soltanto limitati e ottusi, ma decisamente stupidi”. Questo suo stile diretto e sferzante contribuì a farne un personaggio unico nell’ambiente di laboratorio.

LA DOPPIA ELICA DELLA DISCORDIA

La scoperta della struttura del DNA è indissolubilmente legata alla pubblicazione di Watson e Crick su Nature del 1953 ma sotto la superficie di quel lavoro, elegante e sintetico, si sono intrecciate correnti convettive impetuose, che nel libro La doppia elica sono (parzialmente) raccontate, seppur con uno stile brioso e accattivante.

Fra Watson e Crick si stabilì un’intesa solida ma anomala all’interno dell’ambiente scientifico, dominato da professori autoritari e cattedratici del calibro di Linus Pauling, chimico del California Institute of Technology (Caltech) di Pasadena, celebre per le sue scoperte in ambito proteico. All’inizio degli anni Cinquanta Pauling aveva deciso di dedicarsi allo studio della struttura del DNA, immaginando un modello a tre eliche. Intelligente, dedito agli studi di cristallografia e appassionato di strutture molecolari, Francis Crick riconobbe i limiti ed evidenziò gli errori della teoria di Pauling e, insieme a Watson, si concentrò sulle regole di assembramento delle singole parti che costituivano la doppia elica.

Ciononostante, Watson e Crick non sarebbero potuti giungere alla conclusione che li rese celebri senza l’apporto di Rosalind Franklin, introversa ricercatrice del King’s College di Londra, con una robusta esperienza nel campo della cristallografia: è sua la nota fotografia 51 che Wilkins condivise con Watson e che permise ai due giovani ricercatori di Cambridge di rivelare per primi al mondo la corretta struttura del DNA. Nel suo racconto Watson si soffermò sul rapporto con Franklin, descrivendola con toni poco lusinghieri come l’assistente di Wilkins - cosa che non era - quasi facendosi beffe del suo aspetto fisico e del suo modo di vestire e criticandone il carattere aspro e duro. A suo modo, Watson fu costretto ad ammettere il contributo di Franklin, giustificando però il cambio di atteggiamento della collega come l’acquisita consapevolezza di dover fare a meno di due ricercatori di spessore (un modo indiretto per lusingare se stesso e Crick).

La scoperta della struttura del DNA valse a Watson e Crick il Premio Nobel per la Medicina; Maurice Wilkins fu premiato insieme a loro, mentre Rosalind Franklin (morta per un cancro ovarico nel 1958) fu ingiustamente dimenticata dalla storia, in uno degli episodi di sessismo più vergognosi della biologia moderna.

LUCI E OMBRE DI UNO SCIENZIATO

La corsa alla pubblicazione della struttura del DNA è protagonista dell’avvincente narrazione di Watson che, attraverso quelle pagine, fa trapelare la sua ambizione personale (negli anni successivi fondò l’RNA Tie Club il cui motto era: “Fai o muori, o non provarci nemmeno”), la riottosità e l’ostilità nei confronti dei professori della vecchia scuola (gente chiamata sprezzantemente “collezionisti di francobolli”) e il suo carattere spigoloso e pungente che, negli anni seguenti, lo porrà al centro di intense discussioni.

Nel 1989, infatti, James Watson fu nominato Direttore del Progetto Genoma Umano, l’imponente lavoro, sostenuto dai National Institutes of Health, di ricostruzione dell’intera sequenza di geni della nostra specie. Tuttavia, sotto la sua direzione, il progetto stentava a decollare per le continue discussioni - a volte sfociate in liti - tra il padre del DNA e il direttivo dell’NIH. Quando Watson si fece da parte, gli subentrò Francis Collins che condusse la barca in porto, superando le tempeste e le difficoltà (allora incarnate da Craig Venter e dal suo desiderio di brevettare la scoperta, un aspetto che Watson osteggiava palesemente).

Negli ultimi anni della sua vita accademica, Watson si lasciò andare a esternazioni scioccanti sull’intelligenza delle popolazioni africane, considerate “geneticamente inferiori”, sconfinando nel bieco razzismo nei confronti degli omosessuali e in atteggiamenti misogini. Dichiarazioni che  spinsero i vertici del Cold Spring Harbor a revocare tutti i suoi titoli onorifici. 

James Watson fu uno scienziato singolare per come riuscì a coinvolgere Wilkins (inizialmente scettico nei suoi riguardi) e ad accrescere la passione di Crick. Senza quest’ultimo, e senza le informazioni della Franklin che Wilkins condivise con lui, chissà quale sarebbe stata la traiettoria professionale di Watson, di certo era uno sperimentatore che non riconosceva divieti, tanto che al Congresso di Asilomar II fu uno dei contrari alle limitazioni sull’uso del DNA ricombinante, pretendendo assoluta libertà di ricerca. In lui ambizione e intuizione si intrecciavano strettamente, come le eliche del DNA che aveva contribuito a svelare: sapeva cogliere gli aspetti innovativi di un argomento e desiderava più che mai lasciare un segno. Qualcuno potrebbe definirlo un visionario al pari di Steve Jobs o Elon Musk, gente che si spiega soltanto nei contrasti tra luci ed ombre, mai del tutto inquadrabile nei canoni convenzionali della categoria. Gente che si ama o si odia.

Ma per quanti lo hanno conosciuto, Watson era meno contraddittorio di quanto potesse sembrare. Tagliente e sottile, era abbastanza sognatore da pensare che la risposta giusta balenasse all’improvviso alla mente. Assunse posizioni critiche (fu un sostenitore della neo-eugenetica) nella convinzione che molte malattie - inclusa la schizofrenia del figlio Rufus - potessero avere una base genetica ed essere perciò curate “modificandoci un po’”. Col suo esempio ha mostrato il lato più bello e anche quello più scabroso della scienza.

L’epitaffio più azzeccato per l’ultimo genitore del DNA è stato scritto da Enrico Bucci, che descrive Watson come “un uomo capace di svelare la struttura alla base della vita e dell’evoluzione, ma che non seppe comprendere pienamente la complessità e la dignità dell’essere umano”.

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