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L’uscita al cinema dell’ennesimo sequel della saga di Jurassic Park fa riflettere sull’interpretazione della capacità di modificare il DNA da parte dell’industria cinematografica 

Nel 1993, quando i dinosauri di Jurassic Park tornarono in vita sui maxischermi di tutto il mondo, Jesse Gelsinger aveva solo 12 anni ed era un adolescente come tanti, fuorché per la sua rara malattia - il deficit di ornitina transcarbamilasi - che era causa del deficit dell’omonimo enzima necessario a metabolizzare l’azoto in eccesso durante i meccanismi di degradazione delle proteine. Il nome di Jesse fu poi destinato ad entrare tristemente nella storia delle terapie avanzate: 6 anni dopo, nel 1999, fu il primo ragazzo a morire nel corso di un trial clinico con una terapia genica (ne abbiamo parlato qui). Per la storia della terapia genica il caso Gelsinger fu uno scoglio difficilissimo da superare, che film come Jurassic World - la rinascita sembrano continuamente rimettere sul cammino di questi trattamenti.

Cosa c’entrano i dinosauri con una rara malattia del metabolismo? Il minimo comun denominatore risiede nella capacità di modificare il DNA che, nel caso delle terapie geniche, aspira a diventare una cura per malattie rare e spesso fatali, invece, al cinema sembra più che altro finalizzato alla creazione di mostruosità sempre peggiori (e poco originali per giunta). Infatti, nell’ultima pellicola della saga inaugurata da Steven Spielberg il presupposto di partenza è costituto dalla necessità di recuperare alcuni campioni ematici dei dinosauri per studiarne il DNA e mettere a punto un farmaco contro le arteriopatie. Jurassic World - la rinascita è uscito al cinema in Italia ad inizio luglio, proponendosi subito come uno dei successi dell’estate. Segno evidente che il binomio dinosauri e fantascienza continuano ad attirare spettatori, nonostante questo sia il settimo film di una saga che, tolto l’originale, tende un po’ troppo a ripetersi nei contenuti e nello svolgimento.

L’aspetto amaro della situazione è che mentre gli effetti visivi e la tecnologia rendono più vividi i grandi rettili del passato, la trama si impoverisce: l’ennesima azienda farmaceutica desiderosa di arricchirsi invia una squadra di avventurieri sull’isola per recuperare i campioni di sangue da tre esemplari di dinosauri frutto di manipolazione genetica. Infatti, si intuisce che in un recente passato gli scienziati si erano divertiti a creare delle chimere, estremamente cattive e pericolose, mescolando il DNA dei dinosauri e - per ragioni di sceneggiatura piuttosto fragili - quel DNA manipolato torna utile per innovativi studi di ricerca scientifica. 

La domanda che ci si pone è: perché proseguire con questa visione banalizzata del processo scientifico? Per quale motivo, spiccando il balzo da un trampolino tutto sommato interessante, si sceglie di sprofondare in una serie di cliché che allungano ombre di malvagità ed egoismo su un settore - come quello delle terapie avanzate - che, invece, è un riferimento per la cura di malattie rare e tumori resistenti ai trattamenti convenzionali? Perché ogni qual volta si affronta al cinema il tema della manipolazione genetica devono essere lo spettro dell’eugenetica e scopi poco etici a prevalere su una finalità utile e positiva? Ragioni di sceneggiatura: serve un eroe, bisogna creare una missione fitta di asperità e di prove e, ça va sans dire, occorre un cattivo. In questo caso i dinosauri. Ma dopo sei film in cui il tirannosauro e il velociraptor avevano condiviso la scena servivano nuovi “attori”: il pubblico vuole più denti e più ferocia e perciò gli sceneggiatori hanno pensato di dare una bella mescolata ai geni e creare dei bestioni ancora più capaci di far saltare tutti sulla sedia.

Nel Jurassic Park di Steven Spielberg agli spettatori veniva spiegato che il processo di ricostruzione del DNA dei dinosauri aveva previsto l’aggiunta di materiale genetico di rospi per colmare le lacune in un filamento assai vecchio (recuperato fantasticamente dal ventre delle zanzare inglobate nelle gocce d’ambra fossile). Nelle pellicole successive, l’evoluzione tecnologica ha fatto dell’ingegneria genetica non uno strumento per riportare in vita una specie estinta - idea che aveva coltivato Colossal Biosciences con l’obiettivo di riportare in vita il mammut lanoso, producendo un ibrido con l’elefante asiatico attraverso tecniche di editing del genoma - bensì per creare incroci di specie, letali e affamati di sangue da usare in guerra al posto dei soldati o da vendere ai collezionisti (alias terroristi) come armi biologiche (in tutti i sensi).

In pellicole come questa la scienza viene sempre inquadrata dalla prospettiva più utile a creare danno: il lato oscuro di ogni scoperta è quello che gli sceneggiatori sfruttano per confezionare blockbuster che, purtroppo, hanno la capacità di influenzare in maniera subliminale il pensiero dello spettatore. Così la manipolazione genetica viene percepita come qualcosa di pericoloso, le aziende farmaceutiche hanno il volto di personaggi subdoli e corrotti, gli scienziati sono, infine, degli idealisti un po’ imbranati che nessuno ascolta o prende mai sul serio o che si piegano al volere di chi paga. Al cinema la ricerca scientifica pare sempre collocata nelle mani di miliardari controversi, quasi a voler emulare modelli noti al pubblico, come Elon Musk che con Starlink e Neuralink guida lo sviluppo nel campo delle tecnologie di comunicazione e dell’intelligenza artificiale

Più di qualcuno sta osservando che il progresso scientifico è concentrato nelle mani di realtà private anziché degli enti pubblici: Gianfranco Pacchioni con il suo saggio "Scienza chiara, scienza oscura. Ricerca pura, ricerca militare, Big Tech" (Il Mulino, 2025) sottolinea in maniera netta il problema. Tuttavia, se si entra nel settore sanitario ridurre ogni scoperta all’assenza di brevetti rischia di sminuire la complessità di un processo di sviluppo che, nel caso delle terapie avanzate, richiede tempo e ingenti risorse economiche. Necessita di collaborazioni virtuose tra settore pubblico e privato. E, soprattutto, prevede il passaggio attraverso fasi di studio cliniche difficili da progettare e realizzare. Indubbiamente la complessità dei programmi di validazione dei farmaci non può trovare ampio spazio nel cinema di intrattenimento ma aiuterebbe leggere una buona sceneggiatura, rispettosa di un percorso che ancora pochi conoscono bene e che, prima di tutto tutela il cittadino e il paziente.

Il triste epilogo della vicenda personale di Jesse Gelsinger  è servito ad innalzare il livello di rigore delle sperimentazioni cliniche e la parabola personale di He Jankui (condannato alla reclusione per aver fatto uso di tecniche di manipolazione per cambiare il patrimonio genetico di due gemelle cinesi nel tentativo di renderle immuni all’HIV) conferma come la comunità scientifica metta all’indice i personaggi con deliri di onnipotenza, troppo innamorati del proprio ego e incapaci di rispettare le regole condivise da tutti.

Perciò l’augurio è che il prossimo film della saga di Jurassic Park - probabilmente ce ne saranno ancora - provi ad essere meno scontato e fazioso e più scientifico. E la speranza è che anche le altre pellicole che si occuperanno del tema dell’editing genetico o di storia del DNA (è in arrivo un biopic su Rosalind Franklin!) sappiano farlo mostrando anche le grandi potenzialità di queste tecnologie per la salute di tutti noi e delle generazioni future.

Con il contributo incondizionato di

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