scienza, divulgazione

Meno di quanto crediamo di sapere. Gli strumenti con cui misuriamo la fiducia dei cittadini nella scienza sono inadeguati, e questo ci impedisce di comunicare nella maniera più corretta 

Lo scorso febbraio, il sociologo Gordon Gauchat dell'Università del Wisconsin–Milwaukee ha pubblicato su Nature  un commento che dovrebbe far riflettere chiunque si occupi di divulgazione scientifica in ambito biomedico: non sappiamo davvero cosa pensa il pubblico della scienza, perché gli strumenti con cui lo misuriamo da anni – per lo più i sondaggi sulla "fiducia" e sulla "alfabetizzazione scientifica" - sono fondamentalmente insufficienti. La tesi è diretta: decenni di indagini hanno chiesto ai cittadini se credono che la Terra ruoti attorno al Sole, o quanta fiducia ripongono negli scienziati. Risposte utili, ma parziali. Quello che rimane nell'ombra è qualcosa di più profondo: come il pubblico comprende il funzionamento della scienza come istituzione, le sue norme, i suoi impegni etici, e soprattutto se percepisce che quegli impegni vengano rispettati. 

PERCHÉ QUESTO RIGUARDA LE TERAPIE AVANZATE 

Le terapie geniche, le CAR-T, i vaccini a mRNA sono al centro di un dibattito pubblico in cui la fiducia istituzionale gioca un ruolo determinante.  

Quello descrive l’autore è valido anche a livello nazionale, come confermato da diversi sondaggi (ad esempio quelli del CENSIS 2025 relativi ai dati sui vaccini e alla fiducia in essi): molti italiani credono nella scienza in senso generale, ma esprimono riserve specifiche su come viene governata, comunicata e applicata. La stessa tecnologia mRNA viene accettata con più favore quando si parla di oncologia che di vaccini: questo non accade per ragioni tecniche, ma per ragioni istituzionali e di contesto. La fiducia, insomma, non è monolitica e non lo può essere. 

IL PROBLEMA DEGLI STRUMENTI DI MISURA 

Gauchat individua due grandi limiti negli approcci tradizionali. Il primo riguarda i test di alfabetizzazione scientifica: chiedere se l'uomo è discendente di specie animali precedenti, o se gli antibiotici uccidono i virus, misura nozioni fattuali. Come scrive l’autore: “i bassi punteggi di alfabetizzazione scientifica dicono poco su come le persone valutano le informazioni scientifiche, giudicano le competenze o ragionano sul ruolo della scienza nella società". 

Il secondo limite riguarda le domande sulla fiducia. Chiedere "hai fiducia negli scienziati?" produce una sola risposta per dimensioni molto diverse: la fiducia nella qualità metodologica della ricerca, nella trasparenza dei finanziamenti, nell'indipendenza dalle pressioni industriali, nella gestione dell'incertezza. Per un pubblico che si avvicina alle terapie avanzate, e al mondo ad esse correlato (malattie rare, tumori, caregiver), queste distinzioni non sono filosofiche, ma sono pratica quotidiana. 

COSA PROPONE GAUCHAT 

La proposta del sociologo è di spostare il centro della ricerca sulla comprensione pubblica della scienza verso le norme istituzionali: quello che il pubblico si aspetta dalla scienza, e quanto percepisce che quelle aspettative vengano soddisfatte. Richiamando il classico schema del sociologo Robert K. Merton - universalismo, comunitarismo, disinteresse, scetticismo organizzato - Gauchat suggerisce che queste norme siano già presenti nell'immaginario collettivo, ma raramente vengano indagate direttamente. 

LE IMPLICAZIONI PER CHI COMUNICA NEL SETTORE DELLA BIOMEDICINA  

Quante persone sanno che uno studio clinico di Fase I non dimostra efficacia, ma solo sicurezza? Quante distinguono tra un risultato preliminare su una rivista non peer-reviewed e una linea guida? E soprattutto: quante ritengono che la comunità scientifica sia onesta e trasparente nel comunicare queste differenze? 

Il contributo di Gauchat ha una conseguenza pratica molto concreta per la comunicazione biomedica: la crisi di fiducia attuale non va letta come ignoranza del pubblico, ma come un segnale che le istituzioni scientifiche non hanno ancora guadagnato, o forse rischiano di perdere, la legittimità agli occhi dei cittadini. La soluzione non è spiegare di più, ma spiegare diversamente: rendere visibili i processi, non solo i risultati; comunicare l'incertezza come tratto fisiologico della ricerca, non come debolezza; e dotare i cittadini degli strumenti per valutare la scienza come istituzione. 

Questa è anche la missione che Osservatorio Terapie Avanzate si è data fin dalla sua nascita nel 2019: non imporre un sapere, ma costruire gli strumenti per valutarlo. E in questo contesto si inserisce anche la puntata dedicata alla comunicazione scientifica di Reshape – Un viaggio nella medicina del futuro, il podcast che OTA ha prodotto nel 2022 ma che oggi è ancora assolutamente attuale. In un settore come quello delle terapie avanzate — dove la distanza tra speranza e realtà clinica può essere enorme, dove i prezzi dei farmaci alimentano dibattiti sull'equità di accessodove i confini etici dell'editing genomico sono ancora in definizione — comunicare i processi, non solo i fatti, è l'unica via per una comprensione pubblica davvero robusta. 

Con il contributo incondizionato di

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