Beatrice Mautino ci guida dentro i meccanismi che modellano la percezione delle evidenze, tra bias cognitivi, miti e il bisogno di strumenti per abitare un mondo informativo sempre più complesso
“Quando ricevi una diagnosi per una malattia che non ha risposte immediate, la tentazione di prendere il controllo è forte, fortissima. È l’istinto di chi non vuole arrendersi all’incertezza, di chi cerca una via d’uscita quando i percorsi battuti non sembrano sufficienti o semplicemente non esistono.” La paura racchiusa in una diagnosi di tumore fa vacillare razionalità e fiducia nella scienza, anche in chi lavora per trasmetterla. “Vertigine. Storie di chi si affida alla scienza e di chi impara a farlo” (Mondadori, 2025) è l’ultimo libro di Beatrice Mautino, biotecnologa e divulgatrice scientifica, che affronta lo scollamento tra la razionalità scientifica e l’essere umani, con tutte le sfaccettature che ciò implica. L’autrice ci accompagna in un viaggio che destabilizza, sì, ma solo per restituire un equilibrio più solido, fondato sul pensiero critico.
Viviamo in un’epoca in cui l’accesso all’informazione scientifica è potenzialmente illimitato, ma la capacità di interpretarla non cresce alla stessa velocità ed è intrecciata anche al nostro lato umano, ricco di sentimenti come ansia, incertezza, paura, speranza. È proprio quest’ultima a rischiare di farci cadere nell’errore del “massì, val la pena provare, che male vuoi che faccia”, come scrive l’autrice. In Vertigine, Mautino esplora le trappole cognitive e sociali che influenzano il modo in cui leggiamo i dati, interpretiamo le notizie, formiamo le nostre convinzioni. Lo fa con la cifra che la contraddistingue: rigore scientifico, chiarezza comunicativa e uno stile capace di far emergere la complessità, senza però appesantirla. Non si tratta di un saggio vero e proprio, non è un romanzo o un’autobiografia, ma di un episodio di vita familiare che ha portato l’autrice a riflettere su quello che per tutti noi è complesso: fidarsi della scienza… o imparare a farlo.
L’autrice parte da un presupposto semplice: il “buon senso” non è sempre un alleato quando si parla di scienza. Attraverso esempi concreti – che spaziano dalla percezione del rischio ai misunderstanding noti nei confronti delle biotecnologie – Mautino mostra come il nostro cervello cerchi scorciatoie, privilegi narrazioni semplici, e spesso difenda idee poco fondate perché emotivamente rassicuranti e più vicine alle persone, o che rientrano nella cornice del “ce lo tengono nascosto”, “non fa guadagnare le aziende” e simili, che – ahimè – funziona sempre molto bene. Perché in quel momento c’è bisogno di una speranza che dati, processi e procedure ben definite (e lunghe, impegnative, con dei limiti nell’applicazione) non possono dare, o forse non siamo sempre in grado di percepire. “La prima volta che ho provato fastidio nei confronti di un trial clinico che conteneva giustamente molti paletti e che, di nuovo giustamente, aveva durata lunga, mi è venuta paura. Come potevo provare fastidio per una cosa che sapevo essere giusta?”, scrive nel libro.
Le storie sono più convincenti dei numeri, anche quando i numeri raccontano una verità più solida. Mautino non demonizza questo meccanismo: lo contestualizza, lo analizza e invita il lettore a riconoscerlo. È una scelta narrativa che smonta la retorica del “razionali contro creduloni”, restituendo invece la fragilità come condizione condivisa, soprattutto nelle situazioni in cui inevitabilmente la razionalità scorre lontano. E le storie ci sono anche in questo libro e vengono raccontate dalle molte voci raccolte dall’autrice: pazienti, ricercatori, medici.
La parte centrale del libro si concentra sul metodo scientifico come antidoto — non infallibile, ma robusto — alla nostra inclinazione naturale a semplificare. Qui emergono alcune delle riflessioni più utili per chi lavora nel campo della biomedicina o della comunicazione scientifica. Mautino insiste su un punto spesso ignorato nel dibattito pubblico: la scienza non produce certezze immediate, ma riduce progressivamente l’incertezza, che però - va ribadito - resta. E lo fa raccontando episodi lontani nel tempo e nello spazio, ma che sono collegati dallo stesso filo rosso. Dal metodo Di Bella all’osteopatia, dall’auto-sperimentazione di vaccini antitumorali alla terapia genica.
Altro tema è la responsabilità delle fonti. L’autrice dedica spazio a spiegare come l’informazione viaggi, venga semplificata, trasformata, a volte strumentalizzata. Mautino evidenzia la necessità di comprendere non solo “che cosa dice uno studio”, ma anche “come è stato condotto”, “chi lo comunica” e “con quale contesto”. È un invito a rallentare, quasi un gesto controcorrente in un ecosistema digitale che richiede velocità e opinioni istantanee, spesso fin troppo slegate dal contesto.
Aneddoti, casi studio, ricostruzioni storiche e momenti di autoironia rendono la lettura di questo "saggio-non saggio" scorrevole. Il percorso del lettore è guidato con cura dall’autrice e, anche se il libro non fornisce tutte le risposte - e non è questo il suo obiettivo - offre strumenti per porsi domande e comprendere alcuni meccanismi che spesso non sono chiari. Inclusa la convivenza con dubbi e incertezze, che fanno parte della nostra vita. Una lettura preziosa per chi cerca di capire non soltanto la scienza, ma il modo in cui la scienza prende forma nelle nostre menti perché: “I metodi spietati della scienza possono non piacerci, ma non abbiamo tante alternative se vogliamo ottenere dei risultati”.





