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Uno studio pubblicato su Nature mostra che i vaccini sviluppati per la pandemia hanno la capacità di migliorare la risposta all’immunoterapia nel trattamento di alcuni tumori

In medicina, capita spesso che nuovi trattamenti svelino di possedere caratteristiche non previste e inattese: è quello che sta accadendo con i vaccini a mRNA contro SARS-CoV2. Infatti, uno studio, pubblicato su Nature una decina di giorni fa, ha dimostrato che i pazienti oncologici che hanno ricevuto questo tipo di vaccini prima di iniziare un’immunoterapia hanno vissuto significativamente più a lungo rispetto a quelli non vaccinati. Ma, ancor più interessante, è che questo potrebbe essere possibile grazie a un potenziamento della risposta immunitaria, che rende i tumori più suscettibili al trattamento immunoterapico. Una scoperta che apre a nuove interessanti applicazioni in campo oncologico.

Gli inibitori dei checkpoint immunitari (ICI) - le cui scoperte hanno valso un Premio Nobel per la Medicina nel 2018 -  sono farmaci che hanno rivoluzionato l’oncologia: aiutano il sistema immunitario a riconoscere e combattere il tumore, prolungando la sopravvivenza di molti pazienti. Tuttavia, non tutti i pazienti ne traggono beneficio. Queste terapie, infatti, funzionano meglio quando il sistema immunitario è già attivo contro il tumore, mentre risultano poco efficaci in chi non ha una risposta immunitaria preesistente. Inoltre, la risposta è legata al microambiente del tumore, cioè l’insieme di cellule e molecole che lo circondano. Negli ultimi anni, i vaccini personalizzati a mRNA contro il cancro hanno mostrato di poter “risvegliare” il sistema immunitario, rendendo i tumori più sensibili agli ICI. Tuttavia, la loro produzione è complessa e richiede tempi lunghi. 

Il nuovo studio, presentato al Congresso della European Society for Medical Oncology (ESMO) a Berlino, ha dimostrato che i vaccini a mRNA contro SARS-CoV-2 sono in grado di rendere i tumori più accessibili agli ICI, aiutando il sistema immunitario a riconoscerli e combatterli. Questi vaccini, basati su RNA messaggero che codifica per la proteina spike del coronavirus SARS-CoV-2, sono progettati per indurre una risposta immunitaria specifica contro il patogeno. Tuttavia, nei pazienti oncologici il vaccino a mRNA agirebbe come un innesco per il rilascio di proteine segnale del sistema immunitario in grado di attivare le cellule immunitarie all’interno dei tumori.

Nei test condotti sui topi, la vaccinazione ha stimolato una forte produzione di interferone di tipo I, una molecola che “accende” il sistema immunitario, favorendo l’attivazione dei linfociti T, le cellule incaricate di attaccare le cellule tumorali. L’effetto risulta particolarmente evidente quando il vaccino viene somministrato insieme agli inibitori dei checkpoint immunitari (ICI), soprattutto nei cosiddetti tumori “freddi”, cioè quelli che di solito non scatenano una risposta immunitaria. In questi casi, la combinazione di vaccino e ICI sembra rendere il tumore più vulnerabile, spingendolo ad aumentare la produzione di PD-L1, una proteina che gli ICI bloccano per permettere alle difese immunitarie di agire. Segnali simili sono stati osservati anche nell’uomo: dopo la vaccinazione, si è registrato un aumento dell’interferone di tipo I, una maggiore attivazione delle cellule immunitarie e livelli più alti di PD-L1 nei tumori.

I vantaggi, però, non sono tutti qui. Infatti, analizzando i dati clinici di diversi studi, i ricercatori hanno osservato che i pazienti con carcinoma polmonare non a piccole cellule (NSCLC) e melanoma che avevano ricevuto un vaccino a mRNA contro il COVID-19 entro 100 giorni dall’inizio della terapia con ICI vivevano più a lungo, con un netto miglioramento della sopravvivenza a tre anni. In particolare, i ricercatori hanno analizzato le cartelle cliniche di oltre 1.000 pazienti trattati per tumori cutanei e polmonari avanzati tra il 2019 e il 2023. Nei pazienti con tumore polmonare avanzato, la sopravvivenza mediana è quasi raddoppiata, passando da 20,6 a 37,3 mesi. I pazienti che avevano ricevuto vaccini non a mRNA, come quelli contro influenza o polmonite, non hanno invece mostrato benefici superiori rispetto alla media. 

Per ora, tutti questi dati provengono da un’analisi retrospettiva, cioè condotta a posteriori sui pazienti, che dovrà essere confermata da uno studio clinico prospettico e randomizzato, ma che presenta comunque risultati preliminari solidi. In futuro, i ricercatori potrebbero riuscire a progettare un vaccino universale più efficace dei vaccini anti-COVID attuali. Infatti, gli studi sui modelli preclinici suggeriscono che qualsiasi vaccino basato su mRNA potrebbe avere un effetto simile. Tuttavia, l’idea che un vaccino già approvato possa avere queste proprietà è senza dubbio molto interessante e si tratterebbe di una strategia immediata e piuttosto economica, rispetto al futuro sviluppo di vaccini personalizzati a mRNA diretti contro specifici tumori.

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