Come non pubblicare in medicina

Luca De Fiore torna in libreria con una guida (ironica) a tutti gli errori che affossano un articolo scientifico, dai vizi degli autori a quelli del sistema 

Come si fa a non pubblicare un articolo scientifico? Sembra una domanda paradossale, ma è proprio il punto di partenza del nuovo libro di Luca De Fiore, direttore del Pensiero Scientifico Editore e già autore del primo volume sul tema, “Sul pubblicare in medicina”. Se il primo volume guardava il sistema editoriale dall'alto - numeri, impact factor, riviste predatorie, un'industria multimiliardaria che non paga né autori né revisori - “Come non pubblicare in medicina. Guida pratica per farsi detestare da publisher, editor, referee e altre creature misteriose” (Il Pensiero Scientifico Editore, 2026) cambia punto di vista e si siede al tavolo del ricercatore, proprio mentre sta scrivendo il suo paper e deve decidere dove pubblicarlo e come mandarlo. 

La prefazione è firmata da Robert M. Golub, per anni ai vertici editoriali di JAMA (Journal of the American Medical Association, prestigiosa rivista scientifica in ambito medico), che racconta aneddoti di errori clamorosi - lettere di accompagnamento indirizzate all'editor della rivista sbagliata, tracce di revisione dimenticate nei file, formattazioni sciatte - a conferma di quanto manchi, nella formazione dei ricercatori, un'educazione sistematica al mestiere di pubblicare. Da questa lacuna nasce l'idea di un manuale che, invece di elencare buone pratiche, mette in fila tredici modi collaudati per farsi respingere un lavoro o vederselo pubblicato nel posto sbagliato, dopo un'odissea di revisioni e incomprensioni con i referee. De Fiore descrive con ironia il paradosso quotidiano di chi fa ricerca: riviste che rifiutano lavori validi e frutto di anni di impegno, e insieme un delirio di testate sospette, pronte a chiedere contributi anche su temi mai trattati dall'autore. 

Il gioco del titolo regge meglio in alcuni capitoli che in altri, e questa è forse la caratteristica più interessante del libro: c'è chi non pubblica per colpa propria, ad esempio perché ha scelto la rivista sbagliata, ha impostato male le figure o ha litigato con i referee, e per questi casi De Fiore offre consigli pratici, utili soprattutto a chi è alle prime armi. Non mancano momenti di insofferenza verso richieste editoriali percepite come capziose e la tentazione di rivendicare uno spazio di dissenso costruttivo nei confronti di editor e referee. Ci sono però anche ragioni che non dipendono affatto dall'autore, come il cosiddetto “publication bias” che continua a penalizzare sistematicamente i risultati negativi o come la mancata approvazione di un comitato etico, dove è l'editore a fare bene il proprio lavoro rifiutando la pubblicazione.  

De Fiore non si limita alla forma: dedica pagine dense all'intelligenza artificiale nella scrittura scientifica, un capitolo che rischia di invecchiare presto nei dettagli tecnici, ma che resta solido nei suoi messaggi di fondo. Discute anche il ruolo crescente dei social media nella vita professionale dei ricercatori, riconoscendone il potenziale per democratizzare la conoscenza e costruire collaborazioni, senza però nascondere il rischio che il confine tra comunicazione scientifica e autopromozione diventi sempre più sottile. E poi c'è un capitolo scomodo ma necessario, dedicato ai dati sulla disparità di genere nell'editoria biomedica: le donne pubblicano meno, sono in posizioni meno prestigiose, e sono sottorappresentate nei comitati editoriali e nella peer review. 

Nelle conclusioni l'autore invita i ricercatori a non restare spettatori passivi di questi cambiamenti ma a conoscerne i meccanismi per parteciparvi con maggiore consapevolezza. Ironia e serietà si intrecciano per accompagnare il lettore in un racconto divertente, ricco di aneddoti, pur sempre mantenendo il suo formato di manuale pronto all’uso, utile per capire le regole di un sistema a volte obsoleto ma ancora indispensabile (forse). 

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