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A quasi vent'anni dalla scoperta delle cellule staminali pluripotenti indotte, il Giappone autorizza le prime due terapie derivate da iPSC per l'insufficienza cardiaca e il Parkinson, ma restano dubbi 

A febbraio 2026, il Ministero della Salute, del Lavoro e del Welfare giapponese ha raggiunto un traguardo che molti ricercatori attendevano da tempo: l'approvazione condizionale delle prime terapie al mondo basate su cellule staminali pluripotenti indotte (iPSC). Le due terapie — ReHeart, per l'insufficienza cardiaca grave, e Amchepry, per la malattia di Parkinson — rappresentano la prima transizione commerciale delle iPSC dalla ricerca di laboratorio alla pratica clinica. Il risultato è stato commentato con entusiasmo, ma anche con preoccupazione, dalla comunità scientifica internazionale, come documentato in due recenti articoli su Nature e su Science. Un traguardo epocale della medicina rigenerativa, che tuttavia non è esente da polemiche scientifiche, in primis sul fatto che questa tecnologia non sia ancora pronta per l’uso su larga scala. 

DALLE CELLULE DI YAMANAKA ALLE PRIME TERAPIE 

La storia comincia nel 2006, quando il ricercatore giapponese Shinya Yamanaka, che avrebbe poi condiviso con John Gurdon il Premio Nobel nel 2012, dimostrò per la prima volta che cellule mature di topo potevano essere "riprogrammate" fino a riacquistare le caratteristiche delle cellule staminali embrionali. L'anno successivo, nel 2007, la stessa tecnica veniva estesa alle cellule umane. Nascevano così le cellule staminali pluripotenti indotte (induced pluripotent stem cells, iPSC): cellule adulte, prelevate da donatori sani, trasformate in laboratorio in uno stato pluripotente e poi guidate verso la differenziazione in qualsiasi tipo cellulare dell'organismo

La promessa delle iPSC era enorme: cellule su misura per riparare tessuti danneggiati, potenzialmente senza i problemi etici legati alle staminali embrionali e con minori rischi di rigetto immunitario, soprattutto nel caso di prodotti allogenici standardizzati. Ma l’applicazione non è scontata, sebbene la ricerca sia stata portata avanti per due decenni i risultati clinici sperati non sono arrivati perché ci sono dei rischi e l’efficacia non sembra così determinante. Quasi vent'anni dopo quella scoperta, la medicina rigenerativa ha raggiunto il traguardo a lungo atteso da scienziati, clinici e pazienti: l'approvazione delle prime terapie derivate da cellule staminali pluripotenti per uso clinico. Ma il dibattito su efficacia e sicurezza resta molto attuale. 

ReHeart: UN CEROTTO CELLULARE PER IL CUORE 

La prima terapia approvata si chiama ReHeart ed è sviluppata da Cuorips Inc., uno spin-off dell'Università di Osaka. Il bersaglio è l'insufficienza cardiaca grave da cardiomiopatia ischemica, una condizione in cui il tessuto cardiaco, danneggiato da un'ischemia, non riesce più a pompare il sangue in modo adeguato. 

ReHeart consiste in fogli di cardiomiociti derivati da iPSC umane che vengono applicati chirurgicamente sulla superficie del cuore. Le cellule impiantate promuovono la vascolarizzazione e migliorano l'afflusso di sangue al tessuto cardiaco indebolito, favorendo il recupero funzionale, puntando ad evitare la sostituzione dell'organo. In sostanza, queste patch cellulari agiscono in modo paracrino, rilasciando fattori di crescita che stimolano la formazione di nuovi vasi sanguigni nelle aree ischemiche.  

Come riportato qui, in uno studio clinico di Fase I multicentrico giapponese su otto pazienti, quattro hanno mostrato una tendenza al miglioramento. I pazienti candidati a ReHeart si trovano di fronte a opzioni terapeutiche molto limitate: il trapianto di cuore è vincolato dalla scarsità di donatori, e i dispositivi di assistenza meccanica comportano rischi infettivi e un pesante impatto sulla qualità della vita. Per molti di loro, questa terapia rappresenta un'alternativa reale.  

Una strategia simile è in fase di studio clinico in Germania (ne avevamo parlato qui) e anche in Italia ci sono studi di eccellenza nel campo della rigenerazione cardiaca. Come illustrato da Osservatorio Terapie Avanzate un paio di anni fa, gli esperti del Centro Cardiologico Monzino di Milano lavorano per riuscire ad interrompere o correggere il processo di decadimento, legato all’invecchiamento, dei cardiomiociti. 

AMCHEPRY: NEURONI DOPAMINERGICI PER IL PARKINSON 

La seconda terapia, Amchepry, è sviluppata da Sumitomo Pharma in collaborazione con Racthera Inc. e si rivolge ai pazienti affetti da morbo di Parkinson la cui sintomatologia non è adeguatamente controllata dalla terapia farmacologica convenzionale, inclusa la levodopa. 

La terapia mira a trattare il Parkinson trapiantando neuroni derivati da iPSC nel cervello. Queste cellule possono essere in grado di rimpiazzare i neuroni dopaminergici che muoiono progressivamente nel corso della malattia, ripristinando la produzione della dopamina. In pratica, le iPSC – prodotte a partire dalle cellule del sangue di donatori sani - vengono differenziate in progenitori neurali dopaminergici e poi iniettate nel cervello del paziente, con l'obiettivo di ripristinare le funzioni perse con il progredire della malattia.  

Amchepry è stato testato in un piccolo studio clinico di Fase I/II, progettato principalmente per valutarne la sicurezza. Non si sono verificati effetti collaterali gravi, come hanno riferito i ricercatori nel 2025 (ne abbiamo parlato qui). Almeno quattro partecipanti hanno mostrato una riduzione di alcuni sintomi, come i tremori, a 24 mesi dal trattamento. 

PRODOTTI ALLOGENICI "PRONTI ALL'USO" 

Entrambe le terapie sono allogeniche: non sono prodotte su misura per ogni paziente, ma derivate da cellule di donatori sani selezionati e coltivate in condizioni GMP (Good Manufacturing Practice) per creare una “master cell bank” standardizzata. Questo approccio consente una produzione scalabile e un accesso potenzialmente più ampio rispetto alle terapie autologhe, che richiedono di ricominciare il processo produttivo per ogni singolo paziente. 

Come spiegato su Science, le approvazioni sono state concesse nell'ambito del percorso regolatorio accelerato giapponese, basato su dati clinici di sicurezza in fase precoce, significativi bisogni clinici insoddisfatti e presunzioni condizionali di efficacia. Le aziende sono tenute a completare studi di conferma dell’efficacia entro 7 anni, pena la revoca delle autorizzazioni.  

CRITICITÀ E CAUTELE

Il Giappone ha costruito nel corso degli anni un framework regolatorio specificatamente pensato per la medicina rigenerativa, che permette di autorizzare terapie innovative sulla base di dati di sicurezza e di un'efficacia "presunta", purché vengano avviati studi post-marketing per confermare i risultati entro un periodo definito.  

Si tratta quindi di approvazioni condizionali e a tempo limitato. Questo approccio consente di dare accesso precoce a pazienti senza alternative terapeutiche, accelerando l'innovazione, ma solleva anche domande legittime sull'adeguatezza dei dati disponibili al momento dell'approvazione. Infatti, entrambe le terapie sono state testate su un numero molto ridotto di pazienti (7 per Amchepry e 8 per ReHeart). I risultati preliminari hanno mostrato qualche miglioramento dei sintomi e nessun effetto avverso grave, ma le dimensioni dei trial clinici e l'assenza di gruppi di controllo rendono impossibile valutare pienamente sicurezza ed efficacia.  

Le preoccupazioni sull’uso delle iPSC riguardano in particolare tre aree: il potenziale di formazione tumorale, l'invasività delle procedure chirurgiche richieste per entrambe le terapie e la necessità di immunosoppressione prolungata per i prodotti allogenici.  

La comunità scientifica internazionale invita a mantenere uno sguardo critico. Le approvazioni condizionali non sono l'atto finale di una storia di successo: sono l'inizio di una fase in cui si raccoglieranno dati su scala più ampia, si monitorerà la durabilità delle risposte cliniche e si valuterà la sicurezza a lungo termine. I prossimi sette anni, cioè la finestra entro cui entrambe le aziende devono dimostrare l'efficacia dei loro prodotti, saranno quindi decisivi. 

"Si tratta di un esperimento normativo rischioso", ha affermato su Nature Paul Knoepfler, ricercatore nel campo delle cellule staminali presso l'Università della California, Davis. Secondo Knoepfler, sono necessari studi clinici più ampi per garantire la sicurezza e l'efficacia di questi farmaci. “La ricerca sulle terapie cellulari per la malattia di Parkinson è molto attiva e rappresenta una delle linee di sviluppo più promettenti nel campo delle malattie neurodegenerative, allo stesso tempo è fondamentale evitare interpretazioni premature”, ha commentato Giovanni Fabbrini, presidente della Società Italiana Parkinson/LIMPE-DISMOV. “Comprendiamo bene la speranza che notizie di questo tipo possano generare nelle persone con Parkinson e nei loro familiari. Proprio per questo è importante affidarsi a informazioni basate su evidenze scientifiche solide e ricordare che ogni decisione terapeutica deve essere sempre discussa con il proprio neurologo di riferimento, all’interno di percorsi di cura qualificati e regolamentati”. 

Un monito importante, lanciato in un comunicato stampa congiunto della Società Italiana Parkinson e Fondazione LIMPE per il Parkinson ETS, tanto più quando si entra nel mondo delle terapie cellulari. Come Osservatorio Terapie Avanzate ricordiamo che, purtroppo, le truffe a base di pseudo-terapie a base di staminali a danno dei pazienti e delle loro famiglie sono sempre dietro l’angolo (lo abbiamo recentemente raccontato qui e qui). 

Nel frattempo, la ricerca scientifica fatta con rigore continua a muovere i suoi passi con decine di trial clinici attivi basati su iPSC in corso nel mondo, il settore si trova in un momento di straordinaria accelerazione. ReHeart e Amchepry non sono semplicemente due nuovi farmaci: sono la dimostrazione che le iPSC possono attraversare il confine tra laboratorio e clinica, anche se solo in via condizionale.  

Con il contributo incondizionato di

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