Negli Stati Uniti trapianti di neuroni derivati da cellule embrionali mostrano benefici nei pazienti, mentre in Giappone le cellule iPSC confermano sicurezza e primi segnali di efficacia
Da oltre cinquant’anni la comunità scientifica insegue un obiettivo ambizioso: restituire ai pazienti con malattia di Parkinson i neuroni dopaminergici perduti attraverso trapianti di cellule. I primi tentativi, condotti tra gli anni ’80 e ’90 con cellule fetali, avevano mostrato segnali di efficacia ma anche enormi limiti etici, biologici e di standardizzazione del processo. Grazie ai progressi nella ricerca sulle cellule staminali embrionali e sulle cellule staminali pluripotenti indotte (iPSC), quella che sembrava un’utopia si sta trasformando in una concreta possibilità. Due recenti studi sull’impiego delle cellule staminali nel trattamento del morbo di Parkinson hanno riportato risultati incoraggianti e sono stati pubblicati su Nature (qui e qui).
I dati preliminari indicano che l’iniezione nel cervello di neuroni derivati da cellule staminali (embrionali o iPSC) è sicura e in grado di offrire alcuni benefici: le cellule trapiantate possono infatti sostituire quelle che normalmente producono dopamina - progressivamente distrutte dalla malattia - e sopravvivere abbastanza a lungo da ripristinare, almeno in parte, la produzione di questo neurotrasmettitore essenziale. In alcuni pazienti è stata osservata una riduzione evidente dei tremori. Come riportato in una news su Nature, entrambe gli studi clinici sono stati progettati principalmente per testare la sicurezza e sono di piccole dimensioni, coinvolgendo un totale di 19 individui. Attualmente non esistono trattamenti approvati per il trattamento di questa malattia neurodegenerativa progressiva, ma la speranza di un futuro che vede come protagonisti “nuovi” neuroni funzionanti resta.
UN PO’ DI STORIA
Dai primi studi sui trapianti con cellule fetali dopaminergiche ai traguardi raggiunti oggi sono passati quasi 50 anni (Osservatorio Terapie Avanzate ne ha parlato qui). Le cellule staminali esercitano da decenni un grande fascino sulla comunità scientifica perché rappresentano, in un certo senso, il “punto zero” della vita cellulare. Hanno due caratteristiche straordinarie: la capacità di autorinnovarsi, cioè di moltiplicarsi generando copie identiche di sé stesse, e quella di differenziarsi, trasformandosi in quasi tutti i tipi di cellule specializzate del nostro organismo: dai neuroni ai cardiomiociti, dalle cellule della pelle a quelle del sangue. Questa duplice potenzialità le rende strumenti unici sia per lo studio delle malattie, offrendo modelli fedeli con cui testare farmaci e terapie, sia per la medicina rigenerativa, con la prospettiva di sostituire tessuti danneggiati e ridare funzionalità a organi compromessi. Non sorprende quindi che le cellule staminali siano diventate protagoniste della ricerca, alimentando grandi speranze per la cura di patologie finora considerate incurabili, come il Parkinson.
E poi ci sono le cellule staminali pluripotenti indotte. Basandosi sul lavoro di Shinya Yamanaka - Premio Nobel per la Medicina nel 2012 per la loro scoperta - i ricercatori di tutto il mondo sono ormai in grado di “riprogrammare” cellule mature di topo e umane, riportandole a uno stato primitivo da cui possono generarsi tutti i tipi di cellule del corpo. Una specie di tasto “rewind” che permette di tornare alle origini, aprendo un mondo di possibilità. Queste cellule, infatti, hanno aperto nuove prospettive per la medicina rigenerativa. In laboratorio è possibile trasformarle in neuroni, cellule della retina, cellule del cuore o della colonna vertebrale. L’idea è quella di arrivare un giorno a creare terapie personalizzate, utilizzando cellule del paziente stesso – modificate per tornare allo stato originario - per rigenerare tessuti danneggiati senza rischi di rigetto. A più di dieci anni dal Nobel, la ricerca sulle iPSC è ancora in pieno sviluppo ed è protagonista di diversi studi clinici, tra cui uno di quelli recentemente pubblicati. Sono in corso oltre 60 sperimentazioni cliniche sulle iPSC in tutto il mondo, di cui quasi un terzo in Giappone, come raccontato in questa panoramica.
GIAPPONE E STATI UNITI IN PRIMA LINEA
La rigenerazione del tessuto nervoso è stata una delle grandi speranze riposte nelle cellule embrionali e nelle iPSC, ma è stata costellata di difficoltà e ancora oggi non si vede la linea del traguardo.
Come riportato sul primo articolo di Nature, un trial clinico di Fase I - condotto in Nord America su 12 individui affetti da Parkinson (9 uomini e 3 donne, con una età media di 67 anni) - ha testato trapianti di neuroni dopaminergici derivati da cellule staminali embrionali, osservando un miglioramento dei sintomi motori in alcuni pazienti. Ai riceventi sono stati somministrati farmaci immunosoppressori per un anno dopo l'intervento chirurgico per impedire al loro corpo di rigettare il trapianto. Le scansioni cerebrali hanno mostrato un aumento complessivo della produzione di dopamina, suggerendo che alcuni neuroni sono sopravvissuti all'intero periodo di osservazione di 18 mesi, anche dopo che i partecipanti hanno smesso di assumere farmaci immunosoppressori. Su Osservatorio Terapie Avanzate avevamo recentemente parlato di questo studio in questo articolo, in cui vengono descritti più nel dettaglio i diversi trial portati avanti dalle due società statunitensi di Bayer.
Il secondo trial clinico descritto su Nature è di Fase I/II ed è condotto in Giappone. Lo studio si basa su cellule di donatore che vengono riprogrammate ad uno stato pluripotente, per poi essere indotte a diventare progenitrici neurali. Queste sono state iniettate in sette pazienti (4 uomini e 3 donne di età compresa tra i 50 e i 69 anni), dimostrando sicurezza e primi segnali di efficacia clinica.
I risultati di entrambi gli studi clinici dimostrano che gli interventi sono stati sicuri e che, in media, i pazienti hanno sperimentato miglioramenti misurabili nei sintomi tipici come tremori e movimenti rigidi. Sebbene si tratti di dati raccolti nelle prime fasi del percorso di sperimentazione clinica, i risultati rappresentano comunque una buona notizia e giustificano l’avvio di studi su più ampia scala. Questi risultati, definiti su Nature un “big leap” (un grande balzo in avanti), mostrano infatti per la prima volta che è possibile non solo stabilizzare, ma addirittura migliorare i sintomi del Parkinson con una terapia cellulare.
Molti Paesi stanno studiando come accelerare l'immissione sul mercato di queste terapie e il Giappone - che vanta molte pubblicazioni scientifiche nel settore della medicina rigenerativa - è attualmente sotto i riflettori, con una serie di università, aziende e organismi di finanziamento che si preparano a richiedere e accelerare l'approvazione per alcuni prodotti basati sulle iPSC. Sebbene per alcuni aspetti sia molto discutibile accelerare queste procedure, l’idea è quella di fornire più velocemente dei trattamenti salvavita.
OPPORTUNITÀ ENORMI, MA SENZA CORRERE TROPPO
Il quadro che emerge è quello di un settore di ricerca in rapido avanzamento, con risultati clinici che fino a pochi anni fa sarebbero sembrati fantascienza. Non siamo ancora davanti a una terapia consolidata: serviranno studi più ampi, follow-up a lungo termine. Come sottolineato in un editoriale sempre su Nature, la prudenza resta fondamentale. Le sfide aperte sono molte: garantire sicurezza ed evitare rischi di crescita incontrollata delle cellule, standardizzare i processi di produzione, capire quali pazienti possono trarre il massimo beneficio e rendere sostenibile a lungo termine lo sviluppo di queste terapie. Ma la spinta per andare avanti arriva dalle oltre 10 milioni di persone nel mondo che convivono con il Parkinson.
L’esperienza passata – anche italiana - ricorda che la ricerca sulle staminali è stata spesso accompagnata da promesse eccessive e false speranze. Non a caso, esperti e associazioni di pazienti hanno lanciato più volte l’allarme contro cliniche che propongono trattamenti “miracolosi” privi di basi scientifiche. Recentemente, è stata la volta della Società Italiana Parkinson e Disordini del Movimento (LIMPE–DISMOV) a mettere in guardia da trattamenti non approvati con un invito alla prudenza
Un tema a cui Osservatorio Terapie Avanzate ha sempre dedicato la sua attenzione ed è proprio con questo obiettivo che nel 2022 ha pubblicato un Vademecum in dieci punti: pochi consigli, ma chiari, che possono essere applicati davanti a proposte di terapie o alla richiesta di entrare in una sperimentazione clinica (scarica gratuitamente il Vademecum di OTA).





