Il Medical Futurist ha usato la colonizzazione di Marte come esperimento mentale per ripensare la medicina da zero: accessibile, personalizzata, potenziata dall'AI e, soprattutto, ancora umana
Se dovessimo costruire un sistema sanitario partendo da un foglio bianco, oggi, con tutto quello che sappiamo su intelligenza artificiale e tecnologie digitali, gli lasceremmo la stessa forma che ha adesso? È la domanda che Bertalan Meskó, medico, PhD in genomica e fondatore del Medical Futurist Institute, ha posto sul palco del WOMA Forum – Inspiring the WOrld of pharMA, usando un esperimento mentale insolito: immaginare la sanità del futuro come se dovesse funzionare su Marte. È da qui che Meskó prende le mosse, ricordando quante tecnologie considerate fino a poco tempo fa pura fantascienza siano già realtà: stampanti 3D che costruiscono case, esoscheletri robotici nei magazzini, auto a guida autonoma, razzi riutilizzabili. Il prossimo salto, sostiene, è la colonizzazione di Marte. Ed è proprio lì che porta il pubblico, con un piccolo gioco di ruolo: “Congratulazioni, siete stati scelti come primi astronauti per Marte”.
UN SISTEMA "A PROVA DI MARTE"
La reazione, diciamo tiepida, della platea gli offre lo spunto per il vero tema del suo intervento. “Essere scelti per quella missione - spiega - significa essere nella condizione ideale: perfetta forma fisica e mentale, monitoraggio costante di ogni parametro vitale, mesi di allenamento e selezione”. Eppure, anche a un astronauta così fisicamente e mentalmente preparato, qualcosa può andare storto: una visione improvvisamente offuscata, nessun sintomo evidente, e una richiesta d'aiuto che viaggia verso la Terra con oltre un'ora di ritardo nelle comunicazioni.
Niente risonanza, niente TAC, risorse limitate, poca empatia, decisioni prese a distanza da chi non può vedere il paziente. “La sensazione - continua - è la stessa che vive oggi un paziente qualunque sulla Terra: attese lunghe, scarsa personalizzazione, poco coinvolgimento nelle decisioni”. Un parallelo scomodo, costruito apposta per far percepire come normale ciò che, guardato da lontano, normale non è.
Da questo esperimento mentale, Meskó deriva le caratteristiche che un sistema sanitario dovrebbe avere se lo si progettasse oggi, senza l'eredità di scelte fatte decenni fa: accessibilità universale, fisica e a distanza; personalizzazione costruita su genetica, stile di vita e abitudini di ciascuno; prevenzione, perché costa sempre meno che curare una malattia già conclamata; un ruolo di potenziamento e aiuto affidato all'intelligenza artificiale; e infine umanità, empatia e compassione come valori che nessuna tecnologia può sostituire.
PERCHÉ NON CI SIAMO ANCORA ARRIVATI
Se il modello ideale è chiaro, perché la sanità reale ne è ancora lontana? Meskó individua innanzitutto un problema strutturale: il patto implicito tra società e professionisti sanitari nato con la medicina moderna, oggi non regge più, messo sotto pressione da mercati globali, social media e intelligenza artificiale. Nel frattempo, la tecnologia sanitaria si è democratizzata a una velocità che il sistema non ha ancora metabolizzato: milioni di persone indossano oggi un dispositivo capace di misurare almeno un parametro di salute, e centinaia di milioni usano ormai modelli linguistici legati alla salute.
A questo, secondo Meskó, si aggiungono tre colli di bottiglia molto concreti. Il primo è puramente matematico: oggi nel mondo si contano circa sei milioni di operatori sanitari, ne serviranno undici milioni entro il 2030, e non esiste un modo per formarne così tanti in così poco tempo. La conseguenza è che solo l'automazione potrà colmare quel divario. Il secondo riguarda la fiducia: i medici passano in media metà del proprio tempo in attività amministrative, tempo sottratto all'ascolto e alla relazione con il paziente, ed è qui che l'intelligenza artificiale può restituire spazio all'empatia. Il terzo è puramente economico: “nei sistemi sanitari pubblici l'accesso è garantito ma mancano risorse per l'innovazione, in quelli privati l'innovazione è disponibile solo per chi può permettersela, generando disuguaglianza”, commenta il Medical Futurist.
C'è poi una resistenza al cambiamento che la storia della medicina conosce bene, un esempio emblematico è lo stetoscopio: dalla sua invenzione ci vollero circa trent'anni prima di essere accettato dalla professione medica, prima di diventare esso stesso il simbolo dell'essere medico. E infine ci sono le paure, più umane che razionali, legate al timore che l'AI sostituisca chi lavora in sanità. Meskó la smonta con un paragone che gli è caro, quello degli scacchi: dopo la sconfitta nel 1996 di Kasparov contro Deep Blue (un computer ideato dall’IBM per giocare a scacchi) si disse che nessuno avrebbe più giocato a scacchi; oggi lo fanno centinaia di milioni di persone e chi gioca a un buon livello usa l'intelligenza artificiale per allenarsi. La sua conclusione è netta: l'AI non sostituirà i professionisti sanitari, ma i professionisti che la sanno usare sostituiranno, gradualmente, chi si rifiuta di farlo.
UN'ASSISTENZA SEMPRE PIÙ GLOBALE
Tra le tendenze destinate a ridisegnare i prossimi anni, Meskó indica innanzitutto un cambiamento di ruoli: “il medico diventa una guida nella giungla dei dati più che un'autorità unica; il paziente, potenziato da tecnologie proprie, diventa un partner nelle decisioni; anche gli informatori scientifici del farmaco dovranno evolvere in figure capaci di dialogare con gli strumenti di AI usati dai medici”. Cita poi l'evoluzione tecnologica della semplice misurazione della pressione arteriosa - dallo stetoscopio ai monitor digitali, fino ai sensori di pressioni passivi già integrati negli smartwatch, capaci di rilevare parametri cardiovascolari senza che il paziente debba fare nulla di attivo, come esempio di come la prevenzione possa diventare invisibile.
Un altro asse è la globalizzazione dell'assistenza sanitaria: una biopsia prelevata in Australia può essere sequenziata in Belgio, i dati elaborati negli Stati Uniti e il trattamento erogato in Spagna da un'azienda internazionale, il tutto nell'arco di un singolo percorso di cura. A questo si affianca l'integrazione "phygital" tra farmaco e soluzione digitale: Meskó cita il caso di un'app di gestione del diabete associata alla terapia farmacologica per migliorare l'aderenza, e le terapie digitali (DTx), cioè trattamenti che raggiungono risultati clinici misurabili attraverso app, sensori e percorsi comportamentali.
Sul tema dell'intelligenza artificiale in sé, Meskó richiama la distinzione tra un'AI "debole", specializzata in compiti singoli - quella che abbiamo oggi, capace ad esempio di individuare segni di tumore in un'immagine ma priva di intelligenza generale - e un'eventuale AI generale, dotata di capacità cognitive assimilabili a quelle umane, che considera ancora lontana. Anche qui porta l'esempio della radiologia, additata anni fa come la specialità più a rischio di scomparsa: i radiologi non sono spariti, sono semplicemente sempre più affiancati da strumenti AI che permettono loro di gestire volumi più alti di esami.
“La tecnologia - spiega Mesko - sta perfezionando le specialità mediche, non sostituendole” e l’obiettivo oggi non è mettere più tecnologia tra medico e paziente, ma renderla invisibile abbastanza da lasciare spazio a una conversazione vera.
IL PAZIENTE DEL FUTURO SONO IO
A chiudere l'intervento, Meskó porta l'esempio più personale: sé stesso.
“Sono un quarantunenne con un'età biologica dichiarata di 36 anni, ho testato oltre cento dispositivi digitali e fatto otto test genetici diversi per capire come vivere meglio, più a lungo e in modo più consapevole”, racconta il Medical Futurist. “Non è che tutti debbano diventare pazienti-sperimentatori come me, ma il paziente del futuro si aspetterà di sedere allo stesso tavolo decisionale del proprio medico, con l'intelligenza artificiale come terza presenza silenziosa ma costante in quel rapporto”.
Nella breve intervista fatta da Osservatorio Terapie Avanzate a margine del suo intervento, Meskó ha voluto ribadire un principio che considera imprescindibile, valido oggi come lo è sempre stato: qualunque terapia, biomedica o tecnologica che sia, va adottata solo se sostenuta da studi, letteratura peer-reviewed e trial clinici che ne dimostrino efficacia e sicurezza. La medicina basata sulle prove resta, a suo giudizio, l'unico argine sensato contro l'entusiasmo acritico per ogni nuova tecnologia.
Interrogato su quale tecnologia oggi sembri ancora fantascienza ma diventerà presto prassi clinica, non ha dubbi: gli "AI scribe", sistemi capaci di ascoltare la conversazione tra medico e paziente e trascriverla automaticamente nel formato esatto richiesto dalla cartella clinica elettronica dell'ospedale. Un cambiamento all'apparenza piccolo, ma che per Meskó rappresenta l'essenza di tutto il suo discorso: liberare i medici da un carico amministrativo che oggi consuma metà del loro tempo, per restituire quel tempo alla parte del lavoro che nessuna intelligenza artificiale, per quanto sofisticata, potrà mai fare al posto loro.
“Marte è una mentalità”, ha chiuso Meskó. “Non è un luogo da raggiungere, ma il modo di ripensare da zero un sistema, tenendo insieme accessibilità, personalizzazione, prevenzione, potenziamento tecnologico e, soprattutto, umanità”.





