Uno studio pubblicato su JAMA Psychiatry mostra il potenziale di un dispositivo indossabile nel supportare le persone con problemi di alcolismo e abuso di sostanze durante il recupero
Per chi soffre di dipendenza da alcol o da sostanze, il primo periodo di astensione può essere particolarmente duro, portando con sé forti ripercussioni psicologiche. Un approccio innovativo, non farmacologico, basato su un dispositivo indossabile di ultima generazione, ha dimostrato di poter aiutare a gestire lo stress e ridurre il rischio di ricadute, supportando le persone in questo momento così delicato. Lo strumento, al centro di un lavoro pubblicato a inizio ottobre su JAMA Psychiatry, si applica come un semplice cerotto (o “patch”) ma è un vero concentrato di tecnologia: misura i livelli di stress e interviene con stimoli che inducono a regolare la respirazione, contribuendo a stabilizzare l’umore e a mantenere il controllo.
A testare questo cerotto hi-tech, per il recupero dal disturbo da uso di sostanze, è stato un gruppo di ricercatori del Mass General Brigham, con sede a Boston, attraverso uno studio clinico randomizzato di Fase II. I partecipanti con indosso il device hanno riportato, nel corso del trial, probabilità nettamente inferiori di ricadute. Ma come funziona? Per capirlo, serve prima osservare da vicino alcuni segni distintivi delle dipendenze.
LA LOGICA DELL’INTERVENTO: DAL PUNTO DEBOLE AL CONTROLLO
Per le persone che stanno cercando di superare una dipendenza, a mettersi di traverso sono ansia e stress (accentuati dal dover resistere a stimoli che possono apparire irrefrenabili), che possono agire da potenti fattori scatenanti per le ricadute. Si tende a essere meno in contatto con i propri stati emotivi, le reazioni viscerali scattano in automatico fino a prendere il sopravvento; diventa difficile, in queste condizioni, agire in modo consapevole e proattivo. Per questo sono al vaglio nuove strategie che si interpongano tra le leve di questo circolo vizioso, anziché puntare solo ed esclusivamente su interventi di tipo cognitivo - spiegano gli autori dell’articolo.
Il dispositivo protagonista dello studio è stato scelto nel tentativo di fornire una sorta di freno che subentri in tempo reale, prima che il meccanismo viscerale automatico sia catalizzato dalle alterazioni emotive associate alla dipendenza. Di fatto si tratta di uno strumento di biofeedback, che consente cioè la regolazione di processi fisiologici che normalmente avvengono liberi dal controllo volontario costante (tipicamente, l’attività respiratoria, quella cardiaca e la tensione muscolare).
Lief HRVB Smart Patch - così si chiama il “cerotto” - si posiziona con un adesivo sul torace dove, grazie a sensori, può rilevare uno dei sintomi chiave di stress e del “craving” (il desiderio compulsivo di assumere le sostanze, in questo caso, proibite): la minore variabilità della frequenza cardiaca (o HRV, da “heart rate variability”), cioè delle naturali variazioni nel tempo tra un battito e l’altro, che sono indicative del benessere generale e il modo in cui il corpo si adatta allo stress.
Quando capta questo sintomo, il device sollecita la persona che lo indossa (attraverso una leggera vibrazione o con una notifica su un’app per smartphone dedicata) a prendere in mano la situazione ed eseguire alcuni esercizi di respirazione specificamente indicati per aumentare la HRV. Questo contribuisce a regolare l’umore e a migliorare il controllo cognitivo.
LO STUDIO: CON IL BIOFEEDBACK RISULTATI MIGLIORI
Il trial clinico ha valutato l’efficacia del dispositivo nel recupero dai disturbi da uso di sostanze (“Substance Use Disorder”) coinvolgendo 115 adulti nel loro primo anno di riabilitazione da dipendenze gravi. Una parte dei candidati ha ricevuto in dotazione un cerotto per il biofeedback mentre l’altra ha proseguito con il piano di recupero senza device. Il protocollo prevedeva pratiche programmate di alcuni minuti al giorno di esercizi di respirazione; chi possedeva il patch, era pregato di dedicarsi alla pratica anche in risposta alla sua attivazione.
Per otto settimane i partecipanti, in contatto coi ricercatori via smartphone, hanno fornito un resoconto sulle proprie condizioni. I partecipanti che hanno usato il patch, e che erano quindi stati richiamati alla pratica respiratoria in tempo reale (al manifestarsi di emozioni negative o craving), hanno riportato meno emozioni negative, minor desiderio di alcol o droghe e una riduzione del 64% nella probabilità giornaliera di uso di sostanze rispetto al gruppo di controllo, suggerendo che l’intervento abbia inciso positivamente sul percorso. A risultare determinante, da questi risultati preliminari, è stato il 'quando', anziché 'quanto tempo' i pazienti dedicassero giornalmente agli esercizi.
UN POTENZIALE ALLEATO, MA LE INDAGINI PROSEGUONO
Lo studio è stato reso possibile dai recenti progressi tecnologici che hanno portato allo sviluppo di biosensori più piccoli e leggeri, capaci di supportare il biofeedback HRV; i dispositivi di generazione precedente erano molto più ingombranti e destinati principalmente all’uso ambulatoriale. La miniaturizzazione, insieme alla diffusione di app intuitive, ha permesso di trasferire questi interventi dalle strutture cliniche a casa dei pazienti, favorendone così una più ampia adozione. Oltre ai potenziali benefici clinici diretti, la disponibilità di strumenti che non richiedono la presenza costante di un operatore sanitario comporta anche un evidente vantaggio in termini di costi.
Sebbene le premesse siano promettenti, è necessario che arrivino conferme sul dispositivo anche con uno studio clinico di Fase III, che ora è in preparazione. Vanno sicuramente superate alcune limitazioni, con un disegno sperimentale che allarghi il numero dei partecipanti (includendo anche un gruppo placebo) così come anche la finestra temporale, per sondare l’efficacia a lungo termine. “Il nostro obiettivo è trovare strumenti che supportino le persone non solo durante il primo anno, ma le aiutino anche a gestire lo stress per il resto della loro vita”, ha sottolineato lo psicologo David Eddie del Recovery Research Institute del Massachusetts General Hospital, primo autore dell’articolo.
Studi futuri dovrebbero inoltre esplorare l'utilità di questo approccio per gli individui che cercano di smettere mentre stanno ancora facendo uso di sostanze. Se un piccolo device e una pratica semplice come il biofeedback dimostreranno un ruolo decisivo sui cicli di craving, la riabilitazione dalla dipendenza potrebbe uscirne trasformata.





