Iniezione

I risultati di uno studio clinico pubblicati su JAMA depongono a favore del trapianto di staminali per l’allungamento del tempo di progressione della malattia

Il trapianto di cellule staminali sembra essere una soluzione vincente contro la sclerosi multipla. Una notizia destinata a fare clamore che proviene dalle pagine della rivista scientifica JAMA, dove un gruppo di ricercatori americani coordinati da Richard K. Burt, della Divisione di Immunoterapia della Northwestern University Feinberg School of Medicine di Chicago, ha pubblicato gli esiti di un interessante studio nel quale si raffronta l’effetto del trapianto di cellule staminali con quello delle terapie modificanti la malattia in pazienti affetti da sclerosi multipla recidivante-remittente.

La sclerosi multipla è una patologia cronica del sistema nervoso centrale che insorge su base autoimmune: il sistema immunitario non è più in grado di riconoscere le cellule del corpo e attacca il sistema nervoso centrale, danneggiando la mielina che avvolge e protegge le cellule nervose. La malattia ha un decorso evolutivo inarrestabile con sintomi che comprendono disturbi della vista e dell’equilibrio, disturbi del linguaggio e difficoltà nella deambulazione. Una delle peculiarità della sclerosi multipla è l’alternanza di episodi acuti, seguiti da remissioni e riacutizzazoni. In tal caso si parla di sclerosi multipla recidivante-remittente che, secondo gli autori dell’articolo, costituisce circa l’85% di tutti i casi di malattia. Col passare degli anni, le ricadute di cui sono vittime i pazienti si manifestano prima che la ripresa del paziente sia completa e questo, alla lunga, inficia pesantemente la loro qualità di vita e può condurre a una forma stabile e irreversibile della patologia. Per contrastare questa forma di sclerosi si usano farmaci modificanti la malattia come interferone-beta, glatiramer acetato, mitoxantrone, natalizumab o dimetilfumarato, che puntano a rallentarne il corso ma che hanno costi elevati e un’efficacia non sempre definita. Sempre secondo gli autori, dopo due anni di trattamento la percentuale di pazienti in cui non vi è evidenza clinica della malattia si aggira tra il 30 e il 50%, e a quattro anni questa percentuale scende al 18%.

Si tratta di dati poco incoraggianti che hanno spinto gli studiosi americani ad esplorare una nuova possibilità terapeutica, testata all’interno dello studio clinico randomizzato MIST (Multiple Sclerosis International Stem Cell Transplant) che si propone di valutare l’effetto del trapianto di cellule staminali per rallentare la progressione della malattia. Da un punto di vista concettuale potremmo pensare che l’esito della procedura sia il medesimo della cardioversione elettrica usata per curare i disturbi del ritmo cardiaco. L’erogazione di una scossa elettrica al cuore serve a “resettare” le cellule cardiache e ad arrestare l’aritmia. Con la procedura di terapia cellulare, i ricercatori, dopo aver sottoposto i pazienti a un trattamento chemioterapico, hanno prelevato le cellule staminali dal paziente e le hanno stoccate. I pazienti sono stati quindi sottposti ad un altro ciclo di chemioterapia ad alte dosi che ha letteralmente “resettato” il sistema immunitario. La successiva reinfusione delle cellule staminali nei pazienti è servita a dare il “riavvio” al sistema immunitario. Infatti, con il trapianto di cellule staminali ematopoietiche si mira ad eliminare i linfociti “autoreattivi” riavviando un così rinnovato sistema immunitario in un ambiente di tipo non infiammatorio.

Tra il 2005 e il 2016 presso quattro importanti centri clinici (due americani, uno svedese e uno brasiliano) sono stati arruolati 110 pazienti affetti da sclerosi multipla recidivante-remittente attiva di età compresa tra 18 e 55 anni con un punteggio sulla scala EDSS (Expanded Disability Status Scale) compreso tra 2 e 6. I pazienti sono stati distribuiti casualmente nel gruppo di trattamento (N = 55) e in quello di controllo (N = 55). I primi hanno interrotto la terapia farmacologica prima del trapianto, mentre i secondi hanno ricevuto una terapia a base di farmaci modificanti la malattia. L’endpoint principale valutato dai ricercatori è stata la progressione della malattia, mentre tra gli endpoint secondari presi in considerazione figurano il grado disabilità neurologica dei partecipanti, la sopravvivenza, la qualità della vita, il tempo alla recidiva e le evidenze cliniche dell'attività della malattia.

I risultati emersi dallo studio sono nettamente a favore del trapianto di cellule staminali. Innazitutto, la progressione di malattia – misurabile tramite punteggio EDSS – è stata osservata in 3 pazienti nel gruppo dei trapiantati contro i 34 del gruppo di controllo. Ad un anno dal trattamento la proporzione di pazienti trapiantati con progressione di malattia era di 1,92% contro il 24,5% del gruppo di controllo e, mentre a due anni nel gruppo dei trapiantati la percentuale rimaneva stabile a 1,92%, quella del gruppo di controllo saliva a 54,5%. Il confronto è ancora più impietoso con l’avanzare del tempo. Nell’arco di 5 anni più del 75% dei soggetti in terapia modificante la malattia ha subito una ripresa dei sintomi, mentre meno del 10% di coloro che hanno subito un trapianto ha visto peggiorare le proprie condizioni.

Burt ed i suoi colleghi sono categorici nel concludere come quello da loro condotto sia il primo studio clinico all’interno del quale sia stato valuto questo tipo di confronto, sottolineando che il trapianto di cellule staminali è più efficace della terapia con farmaci modificanti la malattia. È però importante sottolineare che sebbene grazie alle terapie a base di cellule staminali sia stato osservato un prolungamento dei tempi di progressione della malattia, non è ancora chiaro se il trapianto possa costituire una soluzione permanente. Saranno necessari ulteriori studi di conferma e, soprattutto, più dati sul monitoraggio a lungo termine dei pazienti.

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