HIV

Un anno fa abbiamo parlato di remissione a lungo termine, ora, a distanza di 30 mesi dall’interruzione della terapia antiretrovirale, si può parlare di cura

Un recente studio sul “paziente di Londra”  ha confermato l’assenza del virus attivo nel sangue a 30 mesi dall’interruzione della terapia antiretrovirale, cioè quei farmaci che permettono di tenere sotto controllo l’infezione da HIV. Si tratta della seconda persona sieropositiva che ha subito un trapianto di midollo da un donatore con una mutazione nel DNA che rende le cellule resistenti all’infezione di HIV. Questi risultati confermano che la tecnica, descritta per la prima volta più di dieci anni fa grazie al caso del “paziente di Berlino”, è replicabile. Il case report è stato pubblicato il 10 marzo su The Lancet HIV Journal e presentato alla Conference on Retroviruses and Opportunistic Infections.

È in assoluto il caso più citato nella storia dell’AIDS: il “paziente di Berlino”, Timothy Ray Brown, è stato il primo essere umano a essere guarito da un’infezione da HIV. Nel 2007, dopo una diagnosi di leucemia mieloide acuta e nessun risultato con la chemioterapia, ricevette il primo di due trapianti di midollo osseo (cellule staminali ematopoietiche) e il secondo avvenne circa un anno dopo. Per i trapianti i medici scelsero un donatore compatibile che avesse la mutazione delta-32 su entrambe le copie del gene CCR5, che permette di essere più resistenti all’ingresso del virus HIV nelle cellule. Questo trapianto aveva l’obiettivo di rendere il virus incapace di replicarsi nel corpo del paziente sostituendo le cellule immunitarie con quelle del donatore. All’inizio si pensava fosse un caso unico, a causa delle difficoltà nel riprodurre la procedura, ma con il “paziente di Londra” i casi sono ufficialmente due.

Il “paziente di Londra”, di cui sono state recentemente diffuse le generalità (Adam Castillejo, 40 anni), era stato dichiarato “HIV-free” un anno fa, dopo circa 18 mesi di osservazione senza segni rilevabili di infezione virale da HIV. A differenza di Brown, in questo caso c’è stato un solo trapianto di midollo, un ciclo di chemioterapici a intensità ridotta e non è stata necessaria l’irradiazione totale del corpo. I prelievi a 30 mesi dall’interruzione della terapia antiretrovirale (ART) non hanno mostrato infezione virale attiva e hanno suggerito un’ottima ripresa dal trapianto. Essendo solo il secondo paziente andato incontro a una procedura del genere, il monitoraggio dell’infezione verrà comunque mantenuto nel tempo, anche se meno frequentemente rispetto ai pazienti standard.

Anche se ciò può rappresentare una speranza per i casi di sieropositività, come sottolinea il prof. Ravindra Kumar Gupta - dell’Università di Cambridge in Gran Bretagna e autore dello studio - “è importante notare che questo trattamento curativo è ad alto rischio e viene usato solo come ultima risorsa per i pazienti con HIV che hanno anche tumori maligni ematologici pericolosi per la vita. Pertanto, questo non è un trattamento che potrebbe venire ampiamente offerto ai pazienti sieropositivi che seguono la terapia antiretrovirale con successo.” Può però fornirci degli strumenti e delle conoscenze per la ricerca di una cura applicabile a una percentuale più ampia di pazienti, dando speranza ai quasi 38 milioni di persone nel mondo che convivono con l’HIV (dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità). Gli ostacoli da superare sono sia etici che tecnici, ma è importante che la ricerca vada avanti.

Leggi anche: “Terapia cellulare per HIV: un secondo paziente con remissione a lungo termine”.

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