Per la prima volta verrà presentata una domanda di autorizzazione commerciale per una terapia che è stata sperimentata su due persone soltanto, un canadese e un americano
Non conosciamo il nome dell’adolescente di Vancouver che, un anno fa, è stato il primo al mondo a ricevere un trattamento basato su un approccio di correzione genetica simile al “trova e sostituisci di word” (Osservatorio Terapie Avanzate ne ha parlato qui). Sappiamo però che prima di diventare un paziente pioniere, per lui persino un comune raffreddore rappresentava una grave minaccia. L’inventore della tecnica detta “prime editing”, David Liu, ora lo definisce “in salute, stabile, dotato di un sistema immunitario funzionante”. Vederlo sulla neve, con ai piedi gli sci, nella foto pubblicata dai Canadian Institutes of Health, vale più di tante parole. I National Institutes of Health americani, dal canto loro, confermano che sta bene anche il secondo paziente trattato.
Il diciottenne canadese e il cinquantasettenne del Nebraska, che si chiama Tracy Atteberry e di mestiere fa il programmatore, sono nati con la stessa grave immunodeficienza, la malattia granulomatosa cronica (CGD). Fino agli anni ’60 era considerata una patologia fatale dell’infanzia, perché i bambini affetti raramente superavano i dieci anni di età. Chi ne soffre ha tuttora un’aspettativa di vita ridotta, va incontro a ospedalizzazioni frequenti e deve evitare i luoghi in cui potrebbero nascondersi batteri, funghi e altri agenti infettivi. “Non si può vivere in un seminterrato. Il giardinaggio è vietato, come l’esplorazione delle grotte. Non si possono fare immersioni subacquee, né avere alberi di Natale vivi. Non si possono accarezzare le iguane”, è il bizzarro elenco fornito da Atteberry per spiegare com’era la sua vita prima e come sta cambiando. “Ora che queste restrizioni sono state leggermente allentate, ho intenzione di comprare una pianta da appartamento. Se mi sentirò particolarmente audace, forse mi precipiterò al supermercato senza indossare la mascherina. Solo per provare il brivido”.
I due pazienti sono stati trattati a qualche mese di distanza l’uno dall’altro rispettivamente al CHU Sainte-Justine di Montreal e al NIH Clinical Center di Bethesda, il primo dall’ équipe di Élie Haddad e il secondo dal gruppo di Harry Malech, ma il passaggio di correzione genetica sulle cellule è avvenuto in entrambi i casi presso il laboratorio specializzato della Prime Medicine, a Cambridge nel Massachusetts. Con un follow-up di un anno scarso sarebbe azzardato parlare di “cura”, ma i risultati pubblicati sul New England Journal of Medicine allo scoccare dei dieci mesi dal primo intervento sono apparsi più che confortanti.
Come ha già spiegato Osservatorio Terapie Avanzate qualche mese fa presentando il trattamento in via di sperimentazione, la malattia granulomatosa cronica è una condizione genetica molto rara causata da un malfunzionamento del complesso della NAPDH ossidasi, che è un sistema enzimatico chiave nei fagociti e svolge un ruolo fondamentale nel meccanismo di difesa immunitaria contro i patogeni. Il trattamento messo a punto dalla biotech Prime Medicine è indicato con la sigla PM359 e corregge, in particolare, una delezione di due lettere (delGT) sul gene NCF1, grazie a un modello avanzato di CRISPR che non taglia la doppia elica ma può riscrivere brevi tratti di DNA. La correzione avviene ex vivo nelle cellule staminali del paziente, che prima vengono prelevate e poi reintrodotte nell’organismo dopo aver fatto loro spazio con un trattamento chemioterapico.
Finché non sarà possibile intervenire in vivo, direttamente nel corpo dei pazienti, gli alti costi e le elevate competenze richieste renderanno la procedura assai onerosa, forse troppo per poter diventare una realtà commerciale. La sostenibilità economica delle terapie avanzate è un ostacolo ricorrente nel campo delle malattie rare e ultra-rare, e la CGD non fa certo eccezione. Secondo il New York Times negli Stati Uniti sarebbero appena una cinquantina le persone idonee per questa terapia a base di editing, circa un quarto degli individui colpiti dalla malattia. La Prime Medicine progettava di trattarne da sei a dodici per un costo di 20-30 milioni di dollari, ma i suoi fondi si sono consumati prima del previsto e ha avvertito che, in assenza di nuovi finanziamenti, la sperimentazione è da considerarsi conclusa. Basteranno i dati relativi a due soli pazienti tenuti sotto osservazione per pochi mesi a convincere la Food an Drug Administration ad approvare il prodotto?
Generalmente gli studi clinici coinvolgono un numero maggiore di persone, che vengono seguite più a lungo, anche quando si tratta di malattie rare. Ma la Prime Medicine spera che il trattamento per la CGD possa essere tra i primi ad avvantaggiarsi di una procedura semplificata e intende avviare una richiesta per l’autorizzazione commerciale. Da diversi mesi, infatti, sulla scia del caso di Baby KJ, l’agenzia americana competente lancia segnali favorevoli a una maggiore flessibilità dell’iter di autorizzazione dei trattamenti per le malattie rare. Il commissario della Food and Drug Administration Marty Makary e il responsabile dei prodotti biologici Vinay Prasad hanno anticipato la nuova possibile filosofia regolatoria in un articolo uscito nel novembre 2025 sul New England Journal of Medicine. Un paio di settimane fa, il 23 febbraio, è stato compiuto il primo passo ufficiale, con la pubblicazione di una guida di 22 pagine che dovrebbe contribuire a trasformare le buone intenzioni in indicazioni concretamente applicabili.
I commenti degli esperti raccolti dalle testate specializzate sono generalmente positivi, anche se negli ultimi tempi le politiche dell’agenzia sono apparse talvolta contraddittorie e trovare un bilanciamento tra rapidità e sicurezza non sarà semplice.





