Lo sviluppo di organi bioartificiali, sebbene promettente, solleva questioni etiche, concettuali e regolatorie. Ne abbiamo parlato con Elena Salvaterra, bioeticista e ricercatrice indipendente
Esiste un momento preciso in cui la scienza comincia a porre nuove domande: nel campo degli organi bioartificiali e artificiali, quel momento è adesso. Lo sa bene Elena Salvaterra, ricercatrice indipendente con un percorso lungo e composito che l’ha portata dalle cellule staminali alla biostampa 3D, dalla bioetica alla regolamentazione internazionale, e che ha dedicato gli ultimi anni a esplorare il territorio che si apre tra la medicina rigenerativa, la filosofia del corpo e il diritto. "Sono partita lavorando sul materiale biologico, il prelievo, lo stoccaggio, sull'uso per trapianto e per ricerca", racconta Salvaterra. "E l'evoluzione naturale, seguendo la letteratura, è stata quella di arrivare a capire come le cellule staminali possono essere utilizzate attraverso i processi che portano alle cellule staminali pluripotenti indotte (iPSC), e da lì alla creazione di organi bioartificiali."
Un percorso scientifico che si è intrecciato, nel tempo, con una storia personale segnata dal tumore. La perdita di una sorella, e poi la malattia di un fratello, ha trasformato la sua traiettoria professionale riorientandola verso le nuove frontiere terapeutiche, con una sensibilità che va inevitabilmente oltre la formazione accademica. Oggi collabora con associazioni di pazienti come Adoces, che si occupa di malattie ematologiche, e con Europa Uomo Schweiz, che coinvolge direttamente i pazienti come decisori nella ricerca sul tumore alla prostata. Un modello, quello della partecipazione attiva dei pazienti, che Salvaterra considera esemplare: "I pazienti non sono semplicemente dei consulenti: ormai sono veri e propri decisori. Ed è un modello che merita di essere portato avanti, per questo ho deciso di approfondire il loro punto di vista sul tema degli organi bioartificiali."
COSA PENSANO DAVVERO I PAZIENTI
Da questa convinzione è nato il primo dei due studi recentemente pubblicati: un'indagine qualitativa pilota su pazienti e donatori afferenti all'Unità di Ematologia dell'Ospedale Cà Foncello di Treviso, realizzata in collaborazione con Adoces. L’obiettivo è quello di esplorare conoscenze, percezioni e aspettative verso il trapianto di organi bioartificiali, facendo emergere le questioni etiche in modo spontaneo.
I risultati, pubblicati su Acta Scientific Medical Sciences a marzo 2026, mostrano un quadro complesso. "In modo forse non sorprendente, è emerso che c'è un grande desiderio di mettere in pratica questa procedura", dice Salvaterra. "Quello che i pazienti e i donatori non conoscevano, in particolare, era il trapianto dell'organo bioartificiale. E quello che hanno richiesto con forza è stato: abbiamo bisogno di più informazioni, soprattutto di informazioni tecniche, per capire di cosa si tratta."
Il campione in oggetto era piccolo - 19 partecipanti, coerente con la natura pilota e qualitativa della ricerca - ma rappresentativo sul piano della saturazione tematica. La fiducia nella scienza è risultata il sentimento dominante e nessuno dei partecipanti ha espresso timori espliciti. La tecnologia è stata percepita principalmente come una risposta salvavita, una speranza concreta per chi si trova di fronte all'assenza di donatori o alla fine del percorso terapeutico tradizionale.
C'è però un elemento che ha colpito la ricercatrice più di altri: "I pazienti e i donatori hanno colto che in questo modo si potrebbe trovare una soluzione a uno dei problemi attualmente irrisolvibili del trapianto, cioè la scarsità degli organi disponibili. Nelle interviste hanno detto che non serve più il donatore". Un'intuizione potente, anche se tecnicamente da correggere: il donatore servirà ancora, ma cambierà radicalmente la sua natura. "Sarà un donatore di cellule staminali, non di un organo. E questo cambia moltissimo il panorama."
IL PROBLEMA CHE NESSUNO HA ANCORA RISOLTO
Il secondo studio (in pubblicazione su Journal of Health Ethics, pre-print) affronta il problema a monte: gli strumenti etici e regolatori di cui disponiamo oggi sono adeguati a governare questa nuova realtà? La risposta, in sintesi, è no. O meglio: sono certamente utili, ma ancora insufficienti. E il motivo è un problema di linguaggio.
"Allo stato attuale non c'è un lessico comune. All'interno dei vari contesti scientifici non esiste una distinzione concettuale chiara tra organo bio-ingegnerizzato, organo bioartificiale e organo artificiale. E se non so con precisione che cos'è l'entità di cui parlo, come faccio a regolarla correttamente dal punto di vista etico e giuridico?", spiega Elena Salvaterra.
La differenza non è solo terminologica. Un organo artificiale — il cuore meccanico, il polmone artificiale — è una macchina. Un organo bio-ingegnerizzato, come la vescica di Atala del 1999, è costruito su uno scaffold biodegradabile che nel tempo si dissolve, lasciando solo la componente biologica derivata dalle cellule del paziente. Un organo bioartificiale è qualcosa di diverso: la componente artificiale rimane, è strutturale, perché ad esempio protegge l'organo dal sistema immunitario che altrimenti lo rigetterebbe.
"È un'ibridazione", afferma Salvaterra. "Su questo non ci sono dubbi. La domanda è come questa ibridazione vada a incidere sulla classificazione, sull'identità dell'organismo che ne risulta. E lì le risposte sono ancora aperte, sia sul piano filosofico che su quello regolatorio."
A livello internazionale, il quadro è frammentato. L'Occidente segue una linea centrata sull'autonomia individuale; l'Oriente privilegia il beneficio collettivo. Solo di recente Dubai ha introdotto una definizione specifica di organo bioartificiale, distinguendola per la prima volta dalle altre categorie. "Vengono già fatti trapianti sperimentali, ma il mondo circostante — concettuale, giuridico, etico — non è ancora governato, e questo è un problema serio."
IL PRINCIPIO DI AUTONOMIA COME BUSSOLA MORALE
Per orientarsi in questa incertezza, Salvaterra guarda alla tradizione della bioetica classica, in particolare al principio di autonomia rivisitato da John Stuart Mill: l'individuo è sovrano rispetto alle decisioni che riguardano se stesso, a patto che queste non causino danno agli altri. "Se l'informazione è consapevole, se produce una decisione autonoma e un consenso davvero informato, non si intravedono problematiche particolari per il trapianto di organi bioartificiali. Questo, però, non vale per lo xenotrapianto, dove il rischio di zoonosi – ad esempio - introduce variabili collettive di tutt'altro tipo."
Ma il consenso informato, in questo contesto, è uno strumento che deve essere ripensato. I dati a lungo termine non esistono ancora: non si sa con certezza come si comporterà un organo bioartificiale dopo uno, cinque, dieci anni. Come si informa consapevolmente una persona su qualcosa che la scienza stessa non conosce ancora? Pur essendo una domanda che ci si pone ad ogni rivoluzione scientifica, a volte trovare una risposta è più complesso.
"È necessario dichiarare la non conoscenza", dice Salvaterra. "Non possiamo promettere ciò che non sappiamo, ma possiamo integrare le informazioni certe con strumenti più precisi: la fisica, la matematica, i modelli probabilistici. Sapere che esiste una percentuale ben definita di probabilità che un certo evento accada è diverso da navigare in una nebulosa di incertezza (pre-print) . E per chi fa comunicazione scientifica, questo apre un problema non secondario: come si traduce tutto questo in un linguaggio accessibile senza perdere l'accuratezza?"
LA DOMANDA CHE RISCHIA DI PASSARE INOSSERVATA
Chiudiamo chiedendo a Salvaterra qual è, a suo giudizio, la questione etica più urgente dei prossimi cinque anni, quella che rischia di essere sottovalutata nel clamore delle scoperte tecnologiche.
"Non è una questione nuova in assoluto, ma potrebbe diventare urgente in modo inaspettato: come si sentirà, da un punto di vista psicologico, emotivo, esistenziale, un paziente che ha ricevuto un organo bioartificiale? Già nei trapianti tradizionali questo aspetto esiste. Ma qui si aggiunge una domanda più radicale: io ho dentro di me qualcosa che in parte è mio e in parte è artificiale. Io che cosa sono?"
Non è una domanda retorica e questi pazienti già esistono, le sperimentazioni sono già in corso sia per quanto riguarda gli organi bioartificiali che per gli xenotrapianti. E la filosofia, il diritto, la medicina non hanno ancora una risposta condivisa. "C'è chi ritiene che siamo comunque sempre all'interno della specie umana, c'è chi vede un'ibridazione più profonda. Io sono della linea di chi dice che siamo in presenza di un organismo ibrido, ma non lo possiamo sapere con certezza finché non avremo più dati e non avremo costruito gli strumenti concettuali per rispondere."
La domanda resta aperta ed è forse proprio questo il segnale che la scienza sta andando dove la filosofia deve ancora arrivare.





