Grazie alla possibilità di addestrare le cellule immunitarie a riconoscere ed eliminare le cellule cancerose, negli ultimi anni la vaccinazione è emersa come un’interessante frontiera nello sviluppo di terapie antitumorali efficaci. Tuttavia, un ostacolo allo sviluppo di questa tecnologia è rappresentato dall’identificazione di adiuvanti efficaci. Un nuovo studio, pubblicato ad ottobre sulla rivista Cell Report Medicine, presenta un sistema di nanoparticelle lipidiche “super-adiuvanti”, in grado di migliorare in modo significativo la risposta immunitaria alle cellule tumorali. Lo studio, per ora, ha mostrato efficacia in modelli murini di melanoma, tumore del pancreas e carcinoma mammario triplo negativo.
Uno studio italiano, pubblicato pochi giorni fa su Molecular Therapy – Nucleic Acids, mette in evidenza l’efficacia di una combinazione di 11 diversi RNA non codificanti (microRNA, detti anche miRNA) nel rallentare la crescita delle cellule cancerose e nell’amplificare l’azione dei chemioterapici per il trattamento di tumori che colpiscono il sistema nervoso centrale, in primis il glioblastoma. Seppur di grande interesse, si tratta di una ricerca ancora alle fasi iniziali: per ora, infatti, i test sono stati svolti solo su cellule derivate da pazienti e su modelli preclinici. L’approccio, messo a punto dal gruppo del Laboratorio di Neurobiologia dei miRNA dell’Istituto Italiano di Tecnologia (IIT), è già stato brevettato dall’ente genovese. Lo studio è stato coordinato dal ricercatore Davide De Pietri Tonelli e supportato da finanziamenti di Fondazione AIRC.
Circa due anni fa Fondazione Telethon annunciò di aver ha ottenuto il benestare dalla Commissione Europea al cambio di statuto per poter commercializzare farmaci. Una scelta unica nel suo genere e non poco difficoltosa per la più nota charity italiana nel settore delle malattie genetiche, ma presa con coraggio per mantenere sul mercato Strimvelis - la terapia genica per il trattamento dell’ADA-SCID - e per evitare che lo sviluppo di altre terapie avanzate possa essere interrotto. Pochi giorni fa è arrivato un segnale concreto che mostra che questa è la strada giusta: il parere positivo del Comitato per i Medicinali per Uso Umano (CHMP) dell’Agenzia Europea per i Medicinali (EMA) per etuvetidigene autotemcel (nome commerciale: Waskyra™), una terapia genica ex vivo per la sindrome di Wiskott-Aldrich (WAS).
L’annuncio è arrivato il 12 novembre sulle pagine del New England Journal of Medicine con un titolo apparentemente cauto: “Il nuovo plausibile percorso dell’FDA”. Il testo dell’articolo firmato da due figure ai vertici della Food and Drug Administration, però, dimostra capacità di visione e spirito di leadership. Per una volta conviene partire dal finale, che suona come una forte dichiarazione di intenti: “A quasi 30 anni dal sequenziamento del genoma umano, le terapie personalizzate sono ormai una realtà. L’FDA collaborerà e fornirà assistenza per introdurre queste terapie sul mercato, e le nostre strategie normative si evolveranno per stare al passo con i progressi scientifici”.
Ci fu un momento in cui La doppia elica, il libro nel quale sono narrati gli eventi che condussero alla scoperta della struttura del DNA, rischiò di non vedere mai la stampa: infatti, l’Università di Harvard ordinò alla propria casa editoriale di non pubblicare il memoir di James Watson perché Francis Crick e Maurice Wilkins che, insieme allo stesso Watson (e a Rosalind Franklin), avevano condiviso le tappe della scoperta, si lamentarono del punto di vista personale con cui il collega aveva ricostruito le discussioni emerse dietro le quinte di quello storico lavoro. Tuttavia, se La doppia elica è stata un successo editoriale senza precedenti, il merito fu proprio della prospettiva narrativa scelta da Watson, che tutt’oggi consente al lettore di farsi un’idea dei pregi e dei difetti di una vita trascorsa dietro a un bancone da laboratorio. Lo sanno in molti, tra cui Jennifer Doudna, la madre dell’editing del genoma, che, con quel libro, si innamorò della ricerca scientifica.
Da quasi due anni la terapia genica per la forma grave di emofilia A (valoctocogene roxaparvovec) è stata autorizzata in Italia ed è rimborsata dal Servizio Sanitario Nazionale; il nostro Paese è il secondo in Europa (dopo la Germania) ad aver garantito l’accesso ai pazienti a questa innovativa terapia. Nonostante la tempestività regolatoria, ad oggi sono ancora pochi i pazienti che sono stati trattati con questa terapia genica in Italia – forse perché, a differenza di altre terapie geniche sviluppate per malattie rare, non è salvavita. In questi anni, i primi trattamenti sono stati effettuati in Lombardia e la settimana scorsa è stata diffusa la notizia del primo paziente trattato nel Lazio. Si chiama David, è un ragazzo di 29 anni e ha ricevuto l’infusione di valoctocogene roxaparvovec presso la U.O.S.D. Malattie Emorragiche e Trombotiche dell’IRCCS Fondazione Policlinico Gemelli di Roma.
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