Il percorso di cura di quanti sono colpiti da linfoma sta mutando ed evolvendo al passo delle nuove approvazioni concesse dalle Agenzie regolatorie alle terapie a base di cellule CAR-T. Infatti, man mano che i risultati degli studi clinici ne confermano l’efficacia e la sicurezza, queste innovative terapie - che oggi sono parte integrante del ventaglio di cure di linfomi, leucemie e mieloma - si spostano sempre più verso le prime linee in un’ottica di precocità di utilizzo guidata dal maggior beneficio del paziente. Ultimo in ordine di tempo a muoversi in tal direzione è lisocabtagene maraleucel (liso-cel), ora rimborsabile da parte del Servizio Sanitario Nazionale per pazienti refrattari alla terapia di prima linea o nei quali sia comparsa una recidiva entro 12 mesi dal completamento della chemio-immunoterapia di prima linea. Ne parliamo in occasione della Giornata Mondiale contro il Cancro che si celebra ogni 4 febbraio.
Il mieloma multiplo è un tumore ematopoietico che origina da una proliferazione incontrollata di plasmacellule ed è molto comune, specialmente nella popolazione anziana. La caratteristica principale delle forme tumorali più aggressive è insita proprio nella capacità di resistere all’effetto dei farmaci e a produrre recidive, peggiorando via via la prognosi dei malati. Dal 2021 sono state approvate in Europa due diverse terapie a base di cellule CAR-T per il trattamento delle forme recidivanti o refrattarie di mieloma multiplo e gli ultimi dati di efficacia a lungo termine per una di queste terapie, nello specifico ciltacabtagene autoleucel (cilta-cel), sono stati da poco pubblicati su The Lancet. Ne parliamo in occasione della Giornata Mondiale contro il Cancro che si celebra ogni 4 febbraio.
Immaginate di lanciare un trilione di freccette e che tutte quante colpiscano il centro del bersaglio. Per raggiungere questo livello di precisione con l’editing genetico bisognerebbe veicolare in modo intelligente il macchinario molecolare per la correzione del DNA (CRISPR o una sua variante) nel corpo dei pazienti, introducendolo soltanto nelle cellule difettose e bypassando i tessuti sani. I vantaggi sarebbero molteplici: massima efficienza di intervento, zero sprechi, minori rischi in termini di tossicità, immunogenicità, mutazioni indesiderate. Come si può ottenere un targeting così mirato? Agendo su diversi livelli, spiegano su Nature Biotechnology Jennifer Doudna e tre ricercatori del suo Innovative Genomics Institute.
Seguire dall’esterno una terapia a base di cellule è un po’ come cercare di capire l’andamento di una partita guardando solo il tabellone segnapunti. Possiamo intuire chi sta vincendo, ma ci sfuggono i passaggi chiave: chi ha segnato, quale formazione è in campo, se ci sono stati falli o cambi tattici decisivi. Le terapie avanzate sono farmaci vivi e, come i giocatori in campo, si muovono nell’organismo: non basta osservare la risposta del paziente, ma occorre sapere quanto le cellule si sono espanse, per quanto tempo sono sopravvissute e se si sono accumulate fuori bersaglio, con possibili conseguenze su efficacia e sicurezza. Uno studio pubblicato su Nature Biomedical Engineering dai ricercatori dell’università di Monaco (Germania) descrive un sistema di imaging PET (Tomografia a Emissione di Positroni) per tracciarle in modo quantitativo e non invasivo in tutto il corpo.
La demenza frontotemporale (FTD) è una patologia di tipo degenerativo con caratteristiche in parte sovrapponibili a quelle della più frequente malattia di Alzheimer ma, contrariamente a quest’ultima, tende a manifestarsi con più frequenza nella fascia d’età tra 50 e 65 anni. Come per altre condizioni con cui condivide la natura, anche per la FTD non esiste alcun trattamento specifico tuttavia le speranze sono che in un prossimo futuro si possa scrivere un nuovo capitolo della malattia dal momento che è iniziata la sperimentazione clinica per una nuova terapia genica rivolta alle persone affette da FTD e mutazioni del gene GRN. Per capire meglio di cosa si tratta abbiamo parlato con il dott. Giuseppe di Fede e il dott. Vincenzo Levi, dell’Istituto Neurologico Carlo Besta di Milano, unico centro in Italia dove è attivo il trial multicentrico con la terapia genica AVB-101.
A distanza di alcuni anni dai primi risultati, arrivano nuovi dati che rafforzano l’ipotesi che i vaccini a mRNA possano rappresentare una svolta nel trattamento del melanoma ad alto rischio (ne avevamo parlato qui). Moderna e Merck (MSD fuori da Stati Uniti e Canada) hanno infatti annunciato i risultati del follow-up a cinque anni dello studio clinico di Fase IIb KEYNOTE-942, che valuta la combinazione tra intismeran autogene (mRNA-4157 o V940) e l’immunoterapico pembrolizumab. I nuovi dati confermano quanto osservato nelle precedenti analisi a due e tre anni: la combinazione vaccino a mRNA e immunoterapia riduce del 49% il rischio di recidiva o morte nei pazienti con melanoma in stadio III o IV ad alto rischio sottoposti a resezione chirurgica completa, rispetto alla sola somministrazione del solo pembrolizumab.
Website by Digitest.net